La baita dell’Ugo

Nella selvaggia Valle Sessera il flusso dei visitatori segue il Cammino di San Carlo, attraversa il ponte sospeso e raggiunge il Santuario del Cavallero. Oppure, d’estate scende a tuffarsi nelle lame. Non io. La mia meta si trova lungo la sponda sinistra del torrente. È dove sventola la bandiera tricolore, in località Porcile di Portula.

Lascio l’auto a Masseranga e poi dovrei camminare venti minuti sullo sterrato interdetto al traffico, ma godo di un vantaggio. Nel parcheggio c’è Ugo Bori, classe 1938, il proprietario della baita che mi è stata segnalata, che con la sua macchina mi sconta il percorso.

Ad accoglierci a pochi passi dalla proprietà c’è il gufo dagli occhi felici, una delle sue prime sculture; risale ad una quindicina di anni fa, ma, come spiega, è l’amico Piero a tenere la contabilità della collezione che contempla settanta, ottanta pezzi o forse più. E ci sono i busti, due tronchi, uno con il cappello, l’altro con i capelli ricci fatti di radici. Rappresentano lui e la moglie. E c’è il maialino, a evocare il luogo in cui anticamente pare ci fosse un allevamento. Porcile, appunto.

Ogni installazione riporta ricordi e sorrisi. Il bello della sua passione sta nel saperla condividere. Le sculture nel curatissimo bosco giardino sono sistemate in modo da saltare all’occhio una dopo l’altra, come nello svolgersi di una favola. Passiamo accanto al pellicano, i cui colori sono fedeli a un modello della Guinea-Bissau, al riccio, ma “fa nèn foto ca l’è brütt, l’è d’arfé“, niente foto, dice; è brutto, è da rifare. Sino ai Boletus, all’Amanita muscaria e ai serpenti, di cui uno in particolare, il legno è arrivato con la büra, con l’alluvione. Gli occhi sono fatti con bottoni sottratti al cestino da cucito. “Il legno di noce si lavora bene, ma esposto alle intemperie si consuma. Altri pezzi invece finiscono nella stufa perché non risultano come voglio”. E lo gnomo issato sulla facciata della baita? “Quello è il mio ritratto”.

Mentre Ugo risponde al telefono mi rendo conto di amare tutto, dal torrente che scorre in basso alle chiome degli alberi. E l’aria sa di buono. Le prime foglie cadute, avvisaglie d’autunno, macchiano il prato. Ugo lo tiene come un tappeto e dice che se fossi arrivata qualche giorno prima lo avrei trovato ancora più pulito.

La passeggiata prosegue con l’upupa, il picchio, il falco pellegrino, la cicogna, l’airone cenerino, gli uccelli dell’Isola d’Elba e della Finlandia; il bruco allegro e il corvaccio. E la statua della gnometta con le trecce. Il telefono squilla di nuovo e Ugo sente il dovere di spiegarmi che è il cellulare di sua moglie. Non il suo.

Fra una scultura e l’altra, fa legna per l’inverno. “Dicono che il castagno non sia buono da bruciare, contiene il tannino che un tempo si usava per tingere. La mia famiglia però l’ha sempre messo nella stufa e che bel caldo! soprattutto se hai ‘na fumna sfargiulunn-a tamme la mia – una donna freddolosa come la mia -. Bruciando fa tic, tic. Parla. Tiene compagnia”.

Arriviamo all’animaletto più amato dai bambini: la chiocciola. Intanto Ugo riceve una terza telefonata, quella che scatena un sofferto: “Ma varda!“, ma guarda tu! Che ci fa sorridere tutti e due, lì, accanto ai tassi e alla volpe realizzati con la motosega.

Tante opere trovano ispirazione in Trentino, località in cui aveva prestato servizio militare negli anni Sessanta. “Altre le penso al mattino – dice -. Guardo mia moglie, vedo un gufo e vado a scolpirlo”. Sarà la voglia di scherzare il segreto del suo buon vivere che lo porta a ballare il liscio alla domenica e in bicicletta a pedalare per cinquanta chilometri: “Da giovane correvo negli amatori con la bici uguale a quella di Coppi, ma – aggiunge – non indicare i chilometri che ne faccio tanti di più”. E camminava in montagna, dal Monte Bianco al GR10, la Grande traversata dei Pirenei, al GR20, la Grande Randonnée della Corsica, alle montagne di casa. “Di tempo ne avevo. Una volta si andava in pensione a cinquantadue anni con trentacinque di contributi. Eravamo in forza. Si stava via dei bei giorni”.

Entriamo nella baita acquistata da suo papà nel 1940, che ha sistemato con l’aiuto del fratello. È minuta e graziosa, con le sculture di Heidi e Peter all’ingresso.

Ugo accende il fornello a gas per far bollire l’acqua del tè, e la lampada. Vivo sull’orlo del tempo, in uno spazio libero. Luoghi così sorprendono e glielo dico, mentre lui rovista nella credenza alla ricerca di due tazze belle, “due tassinn-e da dricc“.

Conserva diversi quaderni degli ospiti, che anch’io firmerò. Leggo dediche di russi, cinesi, marocchini, coreani, colombiani, argentini, tedeschi, francesi e svizzeri. Ogni nome evoca una storia: “Ma sai quanta gente bella conosco? Un tempo non parlavo così tanto, poi ti viene. Ho lavorato diciotto anni nel tessile e in seguito a Bielmonte negli skilift”. Il più bel ricordo si lega a un gruppo di ragazzi venuti a fare il bagno nel torrente e sorpresi dal temporale: “Vuoi mica lasciarli sotto la pioggia? Li ho invitati da me, nella legnaia che si sta comodi. La moglie ha preparato il tè con i biscotti e un ragazzo si è messo a suonare la chitarra. Erano di tante nazionalità. Uno di loro, Irina, ha poi pubblicato le foto su facebòc (si legge come scritto, ndr). Non ho più bisogno di girare il mondo; arrivano tutti qui”.

Armeggia ancora con il cellulare, Ugo stavolta vuole mostrarmi fotografie: “Questo telefono non funziona bene, capisci perché me l’hanno dato – e indica la custodia in stoffa spessa -. Volevano comprassi la ‘cover’, non sapevo cosa fosse. Quando ho scoperto che è la fodera, l’ha fatta mia moglie con il tessuto militare di una volta”. Le foto sono di amici, di pranzi e cene in baita: “Cucino la polenta fra due pietre, fuori. Prendo la paletta, il nostro prosciutto con le erbe, e preparo il bagnèt, la salsa verde con il prezzemolo. Tutta roba buona che fa bene”.

Ritornando sui nostri passi, Ugo sbotta. È uno sfogo che sa di scongiuro. “Al me toc al ghè tüt pulì, ma anghè pu gnün. Ien mort tücc – il mio pezzo è pulito, ma non c’è più nessuno. Sono morti tutti -. Soltanto il Luigi pescatore tiene ancora in ordine, con me. Qui c’è da fare, eppure sembra di stare in vacanza. Sono lontano dalla modernità, dal caos e dalla fretta. Anche a casa si è disturbati, fra tele accesa, cane che abbaia e moglie che parla al telefono. Qui invece torno indietro negli anni e mi sento di nuovo giovane, quando venivo con il nonno a far pascolare la capra. La moglie mi trova da dire che sto troppo da solo… sono affezionato al posto”.

Ugo mi parla anche del sole, che indica con il dito. “Qui è bello quando c’è luce, ma in estate il sole tramonta dietro la montagna alle tre e mezza del pomeriggio e in inverno scende già a mezzogiorno”. Mi invita a tornare, che facciamo “mundai“, le caldarroste, e beviamo un bicchiere di vino.

Anna Arietti
testo e fotografie

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