Picnic al cimitero

Quello che vedo da lontano, passeggiando lungo il viale in compagnia di uno stormo di oche Facciabianca, pare un muro qualunque, infinito, in pietra, alto quanto basta per negare la veduta oltre. Un limite che rimuovo al primo cancello, afferrandone la maniglia. Ed è un fruscio creato ad arte quello che sento, un richiamo. Non so cosa mi aspetti. Lo inseguo fra i cespugli. Sento che sarà un esseruccio dallo sguardo vispo. Ed eccolo. Appartiene a uno scoiattolo dagli occhi e orecchie grandi. Fugge via, ma non mi teme, mi dà tempo per non smarrirmi. Lo sento interessato a scroccarmi qualcosa di goloso. Gli scatto fotografie e lo lascio sul ramo a mordicchiare un seme che trattiene con le zampe anteriori. Lui mi guarda borioso come se avesse assolto a un compito. È una sensazione che non comprendo.

All’epoca non potevo immaginarlo, ma a pensarci è stata la sua incalzante curiosità a creare le condizioni del gioco, i presupposti per l’avventura, che sento sgorgare dalle dita, finire sulla tastiera e tradursi in parole.

Sul lato opposto del viale c’è qualcuno fra gli alberi che mi osserva e sorride. Del resto chi mai va al camposanto a rincorrere scoiattoli fra le tombe? Io. E il muro, apparentemente divisorio, svela il cimitero alberato Hietaniemi di Helsinki, in stile nordico, che affascina non poco me, europea del sud, per quell’affacciarsi sul Golfo di Finlandia, con i suoi percorsi pedonali e ciclabili.  

Il sepolcreto è tutt’altro che un mortorio, scrivo senza ironia, e raccoglie quattro confessioni: ortodossa, ebraica, islamica e luterana e una sezione militare. Nel fresco della vegetazione le lapidi spuntano allineate e rigogliose dal sottobosco, fra cespugli perenni; non fiori recisi. È un tendere la mano fra vivi e vivi oltre, è un dirsi “ti voglio bene”, “ti penso”, come avviene in tante culture, ma quel radicare insinua qualcosa di più profondo, connette a valori intimi, in virtù di un atavico legame forse con l’Universo.

Le persone del luogo passeggiano, praticano sport, corrono, osservano gli uccelli acquatici, o come me, si dilettano con gli scoiattoli rossi. Non sono la strana di turno. Documentandomi, scopro che nella parte antica dimorano personalità di rilievo nazionale, da Alvar Aalto, uno degli architetti e designer più apprezzati nel mondo, all’artista Akseli Gallen Kallela, a Carl Ludwig Engel che progettò buona parte della città, agli scrittori Zachris Topelius e Mika Toimi Waltari, e attori di teatro, e martiri, e sei presidenti della Repubblica.

In un Paese creativo, in cui non si perde occasione di sorprendere con istallazioni inedite, come il bimbo nudo che urina nel mare, dirimpettaio a statue austere a ricordare un passato meno roseo, la riproduzione di un gabbiano gigante, le giraffe che sorseggiano tè, tutto è allineato. “La forma deve avere un contenuto – diceva lo stesso Alvar Aalto -, e il contenuto deve avere un legame con la natura“. Pure la ragazza biondissima che si fa il selfie davanti al mare, entra nel dipinto come parte di un tutto.

L’uomo canuto, dall’aspetto pacifico e con le mani sui fianchi che mi scruta divertito, è fermo nel medesimo punto. Lo avvicino senza comprenderne la ragione, come attratta da un magnete. Ci presentiamo. In un buon inglese indica una tomba sovrastata da una scultura in bronzo a cui tiene molto e che desidera mostrarmi. È la rappresentazione di un uomo e di una donna pudicamente coperti appena da un velo. È la nudità sincera che non adombra il valore del messaggio, anzi lo celebra. È sinonimo di purezza. Le due figure allungano le braccia al cielo, ad invocarlo. A bramarne il respiro.

Kimmo, questo è il suo nome, me ne parla con il fare di chi sa veicolare messaggi. Cerca la mia approvazione senza imporsi. Il soggetto è Dio, un Dio capace di abbracciare tutta l’umanità indistintamente. E mi racconta dello scultore, suo amico. L’opera d’arte persuade a prescindere dalle parole che mi avvolgono. Intanto mi confida di averlo incontrato quel Dio, e da allora ne diffonde la parola. Come scoprirò, è un sacerdote luterano, studioso di testi sacri. Ci salutiamo nel più celestiale dei modi. Kimmo solleva il dito indice al cielo e dice: “Ci rivedremo”. Vedo ancora il gesto e il suo sorriso. 

Raggiungo il mare che intravedo fra i rami. Le ultime lapidi si affacciano sulla via sterrata animata da un vivace andirivieni di giovani anche in compagnia del cane, senza guinzaglio. Gli alberi accolgono sotto le chiome colonne in pietra grezza sulle quali sono disposte piccole targhe. Leggo nomi e date. Sono gli ultimi arrivati, come mi spiegano; nel cimitero non c’è più spazio e si eseguono cremazioni. Le ceneri vengono disperse nei dintorni.  Le onde si frangono morbide sugli scogli. È una baia all’interno di un fiordo. Penso sia un privilegio godere della brezza marina.

In quella quiete, in cui non sento confini, limiti, distanze fra ciò che è solido, concreto, umano, e l’anima, sempre nitidamente viva, ci sono delle panche. Scelgo la più vicina e scarto un panino. Altrove sarebbe stato un gesto inconsueto, una stranezza. Una follia. Lì l’atmosfera è vera così. È sincera.

Anna Arietti

testo e fotografie

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