Possiamo farcela (se ci degniamo di leggere)

Lo sanno pure i muri come strappiamo qualche secondo in più di attenzione al dito indice, quello che non vede l’ora di scorrere sullo schermo, di passare all’argomento successivo senza permetterci di completare la lettura. Sono le faccende di cuore più o meno strampalate, di cronaca più o meno nera e di una certa politica, più più che meno, meschina. Ma a farlo notare non serve. Allora sfidiamolo (il dito), perché c’è una questione che ha davvero bisogno di noi. 

A portarla sul tavolo è Luca Mercalli. Svelato il nome e quindi l’argomento, vediamocela pure con lui, il solito dito. Possiamo spuntarla. Possiamo leggere.

Il cambiamento climatico ci farà trovare duro, soprattutto se oggi abbiamo meno di trent’anni. A ribadirlo il meteorologo, climatologo, nonché divulgatore scientifico, che stimola a conoscere il territorio e a rispettarlo nel 50° anniversario dell’alluvione che il 2 novembre 1968 causò settantadue vittime nell’Alto Piemonte. Alla platea della sala “E. Biagi” di Valle Mosso, che lo accoglie nell’ambito delle iniziative per la commemorazione, non sconta l’interrogativo più temuto: l’evento potrebbe ripetersi? “Certamente sono stati fatti interventi di regimazione – dice -, ma togliamoci dalla testa che si possano evitare altri danni. Cerchiamo allora di sentire il polso della situazione, rimaniamo vigili”. 

Gli strumenti per farlo ci sono, perché se negli anni Sessanta la previsione meteorologica era “qualcosa di decorativo”, ora “siamo sempre connessi. C’è un’informazione che ci permette di essere reattivi”, seppure “rimangano cattivi esempi individuali” che vanno dall’abusivismo edilizio alla mancanza di prudenza. Il professore rammenta che troppe persone vengono ancora sorprese in auto. “Ci sono piccole norme utili di autoprotezione civile. Siamo noi che non dobbiamo cacciarci in situazioni pericolose”. E poi ancora un’interrogazione che raggela: “Qual è il mondo che ci aspetta sul lungo termine, ma neppure poi tanto?”

Mercalli traccia il profilo di un ambiente che abbiamo martoriato con la deforestazione, l’inquinamento dell’acqua, del suolo e del clima, anche con la cementificazione. “L’epoca geologica in cui viviamo si chiama antropocene ed inizia nel 1945 con l’esplosione della prima bomba atomica. Un periodo caratterizzato da attività umana negativa, in cui troviamo rifiuti non biodegradabili, tossici, che intaccano il pianeta. Fino agli anni Settanta il sistema si compensava, c’era equilibrio fra negativo e positivo. Avveniva una rigenerazione. Poi sono iniziati gli allarmi ambientali lanciati da ricercatori e scienziati, persone che hanno lavorato con abnegazione per noi, tutti sempre ignorati. Oggi stiamo utilizzando più energia di quanta la terra possa produrne. Siamo destinati a disporre di meno risorse. La scelta saggia starebbe nel diminuire le nostre esigenze, oppure nel 2050 assisteremo ad una ‘bancarotta’ del sistema ecologico. La crescita economica attuale è in conflitto con le leggi naturali”.

L’aumento di CO2 nell’atmosfera accresce l’effetto serra, che esiste in natura, ma se aumenta in eccesso per mano dell’uomo, porta ad un innalzamento della temperatura. Luca Mercalli spiega che “abbiamo già perso il momento magico per fare prevenzione”. Lo vediamo nello scioglimento delle banchise, dei ghiacciai, che va ad influire sulla flora e sulla fauna, sulla biodiversità. A questo punto l’unica azione necessaria è rallentale l’immissione di CO2, che è anche la proposta delle Nazioni unite, che però non viene rispettata.

“Il riscaldamento è netto ed inequivocabile. Il pianeta è di un grado più caldo. Le nostre estati si arroventano. La situazione porta regali nuovi come la zanzara tigre, che fa grattare, ma trasmette anche quattro malattie, un problema in più per la nostra salute”. 

Le proiezioni sul futuro vedono un ulteriore aumento di mezzo grado, che avanti di questo passo è previsto per il 2040. Sarà una sconfitta, ma potremo ancora sopravvivere. Se in seguito arriveremo a registrare un aumento di 5 gradi sarà una catastrofe planetaria. “Ho poche speranze che si raggiunga un accordo sul consumo di combustibili fossili, perché comporterebbe un aumento dei costi. Un vero rompicapo, e intanto la temperatura sale”.

Tanti sono i moniti e i riferimenti ai “potenti” della terra e alle loro scelte politiche. Perché cambiamento climatico significa anche migrazione di popoli. Nella società manca attenzione da quella parte di popolazione che da questi danni verrà più colpita, i ragazzi (che in sala se ne contano appena poco più una decina). “Bisogna essere preoccupati. Serve una politica che agisca e devono essere i giovani a chiedere, a scendere in piazza, a fare pressione, perché è il consenso dei numeri che porta a prendere decisioni. Più tempo si aspetta e più difficile sarà intervenire. Quelli che stiamo vivendo sono gli ultimi anni utili per iniziare la cura. Serve passare all’uso di energie rinnovabili e imparare ad accumularle, ridurre il consumo di combustibili fossili e uscire dalle logiche usa e getta. Serve mettere la testa al servizio della ricerca”.

“Ognuno di noi può agire, ridurre il consumo energetico in casa, fare la raccolta differenziata, incentivare il telelavoro, fare meno viaggi aerei e per motivi validi, non per guardare le vetrine. La moda dei voli low cost crea un danno ambientale. La cura dobbiamo farla tutti. Dobbiamo cambiare noi o condanniamo le generazioni future – conclude -. Abbiamo bisogno di fare uno sforzo senza precedenti. Basta mettere la testa sotto la sabbia”.

Anna Arietti

(testo e fotografia)

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