Gigi e i suoi asini sardi

Il primo asino arriva ventun anni fa con l’acquisto di un piccolo pezzo di terra, oggi ce ne sono trentaquattro, tra loro anche cinque cavallini. La storia di Luigi Suella, Gigi, 44 anni, di Uta, nel Campidano in Sardegna, vibra di emozioni belle, perché gli animali sanno darne, e di dolore. L’ultimo dramma arriva con l’alluvione di quest’autunno che spazza via buona parte del fieno accatastato, pari ad almeno tre mesi di alimentazione degli animali.

“Da piccolo giocavo con gli asini – racconta -. Mio nonno li usava nei lavori in vigna al posto del trattore. Con il tempo li aveva venduti, ma il legame è rimasto e appena ho potuto li ho ripresi. Ci tengo a dire che vivo ancora con Bambi, la mia prima asina, presa nel 1997”.

La particolarità dell’asino sardo è nell’altezza, un metro, un metro e dieci centimetri al garrese. Una fra le razze più piccole di cui, a detta di Gigi, ne restano regolarmente registrati 350 capi.

“L’altezza originale presumo sia di un metro. I centimetri in più sono razza imbastardita – prosegue Gigi -. Ritengo che sia un asino poco tutelato. La mentalità popolare pensa ancora di farne carne da macello. Manca l’idea di impiegarlo in modo diverso. Eppure quando lo conosci diventa un amico. È facile affezionarsi”.

La questione è che Gigi è senza lavoro. Vive un brutto periodo. Le forti piogge hanno devastato il riparo in cui teneva il fieno. Sì, un riparo, perché è tutto un adattarsi basato sul riciclo dei materiali. Ogni animale ha comunque una stalla. È pulito e curato.

“Non mi posso permettere molto perché possiedo un appezzamento di terra troppo piccolo, tremila metri quadrati. Non abbastanza per avere diritto ai sostegni economici. Potrei vendere o regalare qualche animale, ma non ce la faccio. Come posso, sapendo che finirà in un freezer, che verrà macellato? Rimane il fatto che non sono più in grado di gestire i costi. Ho venduto pure l’auto per comprare del cibo per loro. Non voglio arrendermi, se lo faccio gli asini finiscono in mani brutte”.

Nel racconto ci sono storie di persone che conoscono l’animale. Sono gli anziani, e anche sua nonna, che ricordano il tempo in cui l’asino viveva in casa, tanto era importante. 

“Per amore degli asini ho rinunciato a molto nella vita. Mi sono tolto una parte di giovinezza. Con i risparmi ho sempre acquistato mangime. La mia ragazza sostiene l’iniziativa, ma ne soffro perché comprendo il sacrificio”. 

La soluzione guarda alla valorizzazione della razza, al rendere l’attività redditizia, che permetterebbe di mantenere gli animali. 

“Sto cercando l’assistenza di personale medico, psicologi e veterinari. Competenze che mi aiutino a proporre l’onoterapia, la pet therapy praticata con l’impiego di asini. E poi c’è Lisa, istruttrice piemontese di Sife Asino Felice, scuola di formazione riconosciuta, che mi insegna a fare trekking. La collaborazione apre la strada ai corsi tecnici, all’addestramento etologico. Attività che donano serenità alle persone, ai turisti che si cimentano. L’ideale sarebbe gestire un parco in cui accogliere la gente, i bambini. Un anno fa, per andare in questa direzione, abbiamo costituito l’associazione L’Isola dei Ciuchini, ma il progetto è ad uno stadio iniziale. Mi fa piacere che si sappia cosa cerco di fare, perché se stacco la spina questi asini scompaiono. Qualcuno magari sarà fortunato, troverà una famiglia, ma altri no”.

testo di Anna Arietti

fotografie messe a disposizione di Cartabiancamedia da Luigi Suella

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