Francesca e il suo anno di volontariato ad Atene

Quando ascoltare non è subire, non è prendere per buono qualcosa di preconfezionato. Non è neppure giudicare. È allora l’occasione per farsi una visione prossima alla verità delle cose. “È un’opportunità forte” che arriva senza filtri, non quelli della tivù, non quelli dei giornali.

La professoressa Francesca Benenati, 27 anni, originaria di Occhieppo Superiore, dopo la laurea in Filosofia e una supplenza a scuola, sceglie di dedicare un anno della sua vita al Servizio civile nazionale. 

Francesca, la menzioniamo con la stessa spontaneità che sa trasmettere, argomenta l’esperienza svolta in Grecia a braccio, con l’ausilio di foto proiettate sul muro: “Perché è fuori dall’Italia che si costruisce la pace che auspichiamo di vivere; perché i conflitti si prevengono prendendoci cura delle relazioni sociali, umane – dice -“. Il suo è un percorso di crescita che le permette di restituire al territorio quanto visto e l’occasione le arriva venerdì 26 ottobre con don Mario Marchiori, parroco della chiesa di San Defendente di Ronco di Cossato, e il progetto “Una chiesa a più voci”.

Francesca aderisce a “Caschi bianchi” di Caritas italiana, condivide il percorso con Ornela Xhemaj, anche lei italiana, seppure nata in Albania. Il che molto influisce sul percorso fatto insieme. “Ornela – spiega Francesca – ha vissuto più difficoltà di me quando abbiamo dovuto presentare i documenti d’identità. Questo nostro essere uguali, ma diverse, è stata la cifra del mio servizio”.

Gli ambienti vissuti sono la casa “Neos Kosmos social house” di Atene, fondata per i greci in difficoltà, ma utilizzata oggi per i richiedenti asilo, in cui si trovano soprattutto siriani e palestinesi, e i campi Hotspot delle isole di Lesbo e Chios, in cui vengono radunati coloro che giungono dal mare, la cui capacità sarebbe di 1.500 persone, ma ne accolgono 8.000.

Il tempo trascorre con attività d’ufficio, di intrattenimento e di educazione, perlopiù con i bambini. Francesca vive momenti di gioia, con balli tipici, e di rispetto dell’altro, con la recita della preghiera mussulmana, quanto del Padre nostro. Ma ascolta anche storie di sofferenza che gestisce con la bellezza della sua età, con quel saper sdrammatizzare pure quando tutto è umiliante. Racconta di ragazzi suoi coetanei ma in “in fuga” che definiscono l’ennesimo tentativo “gioco” e ci scherzano pure su, come fosse la normalità. E poi arrivano i ricordi, le persone incontrate: “Vita di famiglia bella – sottolinea con la voce -. I laboratori sono stati spazi stimolanti nonostante la precarietà. Le relazioni hanno riempito il vuoto creato dall’essere in viaggio con un futuro incerto”.

“La presenza di richiedenti asilo in Grecia è vissuta meglio che da noi – spiega ancora -. Il popolo greco è orgoglioso, umile, ed ha una memoria lunga, un passato fatto di migrazioni. Non si avverte quel senso di odio, di tensione, che c’è in Italia. I greci sono soltanto stanchi, vogliono uscire dalla situazione di crisi in cui si trovano”. 

La visita all’Hotspot è più ostile da presentare. “È normale che ci sia tensione in quel luogo. Sono troppi, di culture e lingue diverse. Vivono in tende con scarsa igiene e tre pasti al giorni ricevuti dopo lunghe code. Mi è spiaciuto andare là perché abbiamo creato falsa aspettativa. Ci hanno chiesto di far vedere al mondo in che schifo vivono. Tanti percorsi di sofferenza che però tutti rifarebbero per poter avere un futuro”.

“È il motivo per cui un siriano non vuole fare il servizio militare obbligatorio, per non combattere una guerra che non sente, in cui non crede e fugge, spendendo 4.000 euro per un assurdo passaporto rubato. Lo fa per garantirsi un futuro”.

Chiunque lascia il proprio Paese lo fa per migliorare le condizioni di vita. Guerre o no. Un europeo, un italiano, quando guarda al Canada, all’Australia o al Nord Europa, ambisce a soddisfare il medesimo desiderio.

“Perché io posso costruirmi un futuro, viaggiare liberamente e un siriano no?”.

“Nel campo di accoglienza non c’è odio, dobbiamo sfogare la pressione che abbiamo dentro (…) di notte non dormiamo, ricordiamo (…)”. Le parole di Mohammed, nato nel 1992, che ha visto sempre guerre, una dopo l’altra, concludono la testimonianza di Francesca (la versione integrale della relazione scritta dalle due ragazze, dal titolo “Vita da campo”, si può leggere sul sito di Caritas italiana).

Confrontarsi, anche viaggiando, aiuta a capire molte cose, ad evitare i beceri, a scansare gli interessi subdoli e la strumentalizzazione di una politica povera.

“Quando s’incontrano le persone, cambiano gli atteggiamenti. Perché le persone sono persone. Ovunque. Non possiamo giudicare, dobbiamo soltanto ascoltare. La ricchezza più grande che mi lascia il Servizio civile è la crescita personale raggiunta con lo stare insieme”.

Anna Arietti

(testo e fotografia)

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