Gli orti di Paolo Pejrone

Il viale alberato, l’ingresso di Villa La Malpenga reinterpretato area per espositori, accompagna, stuzzica l’occhio e il palato, con varietà di semi, piantine rare, fiori insoliti, zucche e patate colorate, castagne, peperoncini piccanti, vasetti di confetture e salsette. L’omonima manifestazione, “Gli orti de La Malpenga”, la mostra mercato per l’orto e il frutteto d’autunno e dintorni proposta l’ultimo fine settimana di settembre a Vigliano Biellese, offre un ampio calendario anche in termini di laboratori e incontri.  Alla voce “Conversazione nel verde” è prevista l”Intervista a Paolo Pejrone”.

In un contesto informale, sotto a un tendone bianco allestito dinanzi alla residenza, su un numero limitato di balle di fieno ricoperte di juta, siede il pubblico. L’architetto specializzato in giardinaggio e progettazione del paesaggio, nonché ideatore dell’evento, come sempre generoso, rustico, ironico; l’uomo che è, senza fronzoli, si racconta. Gli spunti arrivano da Stefano Mosca, direttore dell’Agenzia di accoglienza e promozione turistica biellese.

L’ultimo impegno di Pejrone è la realizzazione di un orto didattico ad Alba. “Lavorare per la scuola, per un vecchio come me, è sempre piacevolissimo” dice, anche se “i bambini non mi piacciono moltissimo” sbotta suscitando ilarità, per poi definirli in seguito “fringuelletti”. “Abbiamo fatto un orto autunnale, adatto all’inaugurazione… è stato bello quando ad un certo punto è comparso un lumacone, che i bambini non avevano mai visto. Subito credevo che il maestro lo avrebbe schiacciato con una scarpa, invece ho sentito l’interesse per la cosa nuova. Ho raccolto la capacità di fare collegamenti veloci con la realtà, il desiderio di conoscere (visto che a quell’età pensano che le rane siano rosa perché è così che le vedono sui libri). L’orto rende la vita meno virtuale”. 

Proprio perché il coltivare la terra torna ad essere argomento di grande attualità, sempre nella zona dell’Albese la presenza del vivaio si associa sempre più spesso al ristorante, quale fonte da cui attingere materie prime fresche, di qualità. Pejrone definisce lo sviluppo “sdoganamento”. “Il giardino, da posto per pochi eletti di gusto aristocratico, diventa pop (da popular, popolare, ndr), di ampia diffusione, di interesse. C’è ricerca per l’orto. Se l’insalata che compri sa di amuchina, quella coltivata da noi, non trattata o con concime (non dico umano!), ma naturale, l’orto allora diventa trasmissione. Non ci credevo, ma anni fa incontrando il direttore di un parco, che era poi un giardino pubblico trasformato in parte a orto, ho avuto modo di conoscere un luogo che dava il senso della sicurezza e della tranquillità. Ed era bellissimo. Esuberante”.

Fra i suoi progetti compare il rinnovamento del “colle dell’Infinito” a Recanati, citato nel componimento di Giacomo Leopardi, “L’infinito” appunto, che Pejrone definisce: “Una poesia  emozionante”. “È un luogo di grande attrazione, molto popolare, che va trattato con cura, leggerezza. Bene – prosegue -. Ho disfatto tutto quello che c’era: un’accozzaglia di statuette. L’infinito è là oltre la siepe e finisce, si sposa, con l’azzurro del cielo”. Toccante a questo punto è la proposta: arrivarci con l’ombra, con le pergole, attraverso gli orti senza reti, per poi aprirsi all’incommensurabile. “Abbiamo creato un’ombra fitta, poi la luce mediante l’orto, con i filari di porri, le spalliere di pomodori e le piante di giuggiolo. È così bello pensare che attraverso il proprio apporto (sul tema del paesaggio) si faccia cultura”. E la chiacchierata prosegue, svela il nome di uno dei progetti a cui è più affezionato: un orto oggi dismesso, purtroppo. È un’area verde della basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. “Era uno spazio pieno di pini, chiuso da mura romane in cui scavando avevamo trovato resti animali (di tigri…). Avevamo lottato con la Soprintendenza che di continuo ci bloccava i lavori. Ma alla fine era diventato un grande orto”.

Se è vero dunque che “chi fa un giardino vede lontano”, Pejrone sente nel domani il “dovere civico”. “Pensate che mi chiamavano plandrun (pigro in piemontese, ndr). Scherzi a parte, molti mi hanno aiutato con generosità. Oggi voglio rendere. Sento il desiderio di pareggiare, di dare con gioia, perché si può fare molto con poco, come il comunicare con semplicità, perché il meno è meglio del più”.

Il parco di Villa La Malpenga, che nulla ha da invidiare ad altri giardini più visitati, intriga nella sua veste autunnale colorata e avvalora le parole dell’architetto. Le declinazioni del giardino in orto saziano lo sguardo. Le bietole a coste gialle, presenti anche nella variante rossa, accostate al nero della foglia dell’ipomea, che a sua volta aggancia il colore viola della dalia, giocano un effetto istintivo.

Anna Arietti

(testo e fotografie)

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