Con la gerla sulle spalle

Con la gerla sulle spalle, Gildo faceva avanti e indietro fra la stalla e il fienile.

“Ciao! Vieni. Finisco con le vacche e ti offro il caffè”, esordì con un guizzo di entusiasmo appena mi vide.

Il vento si levava a folate. Il primo davvero pungente di un autunno pigro. Il tepore della baita mi accolse come una madre premurosa. Lui, in maniche di camicia pure arrotolate fino ai gomiti, di lì a poco mi raggiunse.

“Rimane foraggio ancora per quattro o cinque giorni, poi dovrò tornare in cascina – mi spiegò, maneggiando la caffettiera con quelle mani nerborute -. Sono stato fortunato, con tutta la pioggia che è venuta quest’estate, non pensavo di rimanere quassù così tanto”.

Dalla compostezza dei modi non traspariva nulla della durezza del suo mestiere, anzi, percepivo sincera dedizione. Infondeva serenità.

La cucina occupava lo spazio di un tavolo, due sedie e di una stufa a legna. Conteneva il necessario e in modo abbastanza organizzato. Quel giusto che suscita una certa invidia, buona, di come si possa vivere senza una pletora di suppellettili. Sì, lo ammetto, scrutavo la sua esistenza fra i monti, quando i miei occhi si fermarono a osservare il raggio di sole che filtrava attraverso la tenda. Al pari di una sciabolata, il fascio di luce fendeva in due quel mondo cristallizzato al tempo in cui campare di pastorizia era vita tangibile e non destava curiosità.

Il potagé era appena tiepido, l’avevo notato entrando, non poteva scaldare l’acqua per il caffè, tant’è che Gildo posizionando la caffettiera al centro della piastra, sollevò un sopracciglio. Nel tentativo di rianimare il fuoco, mise sulle braci un pezzo di legno e proseguì i preparativi. Allungando il braccio, mi sporse la tazzina e aggiunse: “Te lo do il piattino?”.

In quell’istante i nostri sguardi si incrociarono e a me dovette sfuggire un’occhiata perplessa che spense ogni suo dubbio. “E va bene – si rassegnò -. È vero. Il caffè è meglio prepararlo sulla fiamma del gas. Siete sempre di corsa voi cittadini. Il piattino lo vuoi?”. “No, grazie. Non mi serve” risposi, nascondendo un mezzo sorriso per quell’intesa.

Sul tavolo spiccava la biscottiera in vetro, colma di dolcetti quasi fino all’orlo. Accanto trovava posto un contenitore in alluminio, dall’aspetto vissuto, ammaccato da un lato, sul quale brillava la scritta in ottone  “Z u c c h e r o”.

Infine arrivò il turno del cucchiaino. “Tieni” disse, allungando ancora il braccio nella mia direzione, mentre, dandomi le spalle, decise di prendersi a cuore la questione della stufa morente.

“No, grazie, non mi serve” replicai.
“Neppure questo? Come sarebbe… prendi il caffè amaro?”.
“Beh, sì. È metà del piacere”.
“Bocca amara, cuore dolce – aggiunse in uno slancio di simpatia, afferrando la sedia per accomodarsi -. E quale sarebbe l’altra metà del piacere?”
“Sembra un indovinello. Mi accogli e non lo sai… è la compagnia!”.

Chiacchierammo del più e del meno, mentre la vita che pensavo moderna attendeva fuori dalla porta e la moka in sottofondo gorgogliava.

testo e fotografia di Anna Arietti

riproduzione riservata
pubblicato su Baffidigatto.com il 23/02/2016
e su La Nuova Provincia di Biella il 04/02/2015
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