La ca dla Miglia

Le vecchie case non dimenticano le persone che le hanno vissute, anzi, sembrano attenderne il ritorno. La cappa annerita del camino, che a sfiorarla sembra di sentirne ancora il calore, le stoviglie lasciate ad asciugare nell’acquaio in pietra e quella leccornia in dispensa… pronta da almeno un settantennio, veicolano ricordi, storie. Sono respiri.

Siamo a Rongio Superiore di Masserano, ospiti di Franca, 87 anni, che utilizza lo stabile come ripostiglio. “La casa l’aveva comprata mia nonna – spiega -. L’ho sempre vista così e io sono del Trentuno. Prima ancora era la ca dla Miglia, originaria di Cerreto Castello, famiglia di mezzadri sul finire dell’Ottocento”.

La stanza che desta attenzione è l’ultima felice scoperta di Sergio, 64 anni, appassionato di storia locale. Che il passato vuole proteggerlo, forse anche viverlo, certamente recuperarlo. Di ogni oggetto sa dirci tutto, passando garbatamente dall’appunto storico all’aneddoto e alla curiosità.

“All’interno del camino, sotto la cappa, nella nissa, la nicchia, sedevano i bambini e i vecchi che sentivano di più il freddo – racconta -. Si dice che qualche anziano, addormentandosi, fosse anche caduto sulle braci. Il paiolo grande lo chiamavano la parola, pronunciando la o stretta: si usava per scaldare l’acqua e per fare il bucato con la cenere, la buà, un lavoro che impegnava le donne per tutto il giorno. Accanto al fuoco, il putagé in pietra veniva riscaldato con le braci del camino. Lo spazio sotto la finestra ospita il lavello, sempre in pietra scolpita, senza rubinetto. L’acqua si prendeva nel pozzo e si scaldava sul fuoco. Infine il val, il vaglio, era il cesto intrecciato in vimini che, dopo la trebbiatura fatta a mano, si utilizzava per pulire i cereali, forse anche le castagne; soffiandoci sopra lo si faceva oscillare energicamente verso l’altro. L’operazione veniva ripetuta fino a quando rimanevano soltanto i chicchi migliori”.

Da un armadio a muro, Sergio prende un vaso in terracotta coperto alla bella meglio. Il contenuto ci fa strabuzzare gli occhi. È mostarda di mele, la ricetta piemontese. Ne sfiora la superficie scura e corposa con un dito e lo porta alla bocca, invitando a fare altrettanto. Il sapore è dolce, l’aroma intenso. La preparazione risale agli anni Quaranta.

Fra gli oggetti scopriamo il garmèt in vimini intrecciato che si utilizzava per servire in tavola la polenta, che un tempo era consistente, dura. Dall’originale vassoio si servivano tutti i commensali. 

Al pezzetto di legno che si utilizzava per spaccare in quattro i rami di salice troppo grossi, usati per legare le viti, nessuno sa dare un nome; lo chiamiamo “l’afé par s-ciapé ai sals”.

Le zucche non commestibili, ma vuote ed essiccate, dette da vino, fungevano da bottiglie da portare in campagna. Il brusa cafè invece, facendolo roteare sul fuoco, serviva per tostare il caffè verde. E infine, non si capisce bene da dove, spuntano i bucalin di San Iacco, boccali in terracotta prodotti a Ronco Biellese apposta per la festa di san Giacomo del Bosco di Masserano, che si svolgeva il 25 luglio e a cui la popolazione partecipava con fervore. I bucalin si regalavano ai bambini. 

La casa guarda su un cortile su cui si affacciano famiglie diverse. La particolarità porta a commentare la presenza di un foro ben evidente vicino al camino: era il forno che serviva per tenere caldo il cibo, che entrando nella parete finiva a casa del vicino. Il che, se tal Miglia non avesse acceso il fuoco, il tizio accanto avrebbe sofferto il freddo (anche se si suppone che anticamente appartenesse al medesimo proprietario). 

Fra piante di limoni, gerani in fiore e gatti sonnacchiosi, Sergio ricompone la stanza e Franca spilla gli ultimi ricordi: “Vén che at cùnt la storia dla mia nona… che era rimasta vedova da giovane, con tre figli piccoli di sei, quattro e due anni. Ricordo le scarpe belle della festa, nere con la galla in tinta. Prima di andare a Biella in treno, si passava dai campi e allora si doveva indossare anche il grembiule, il fazzoletto sulla testa per ripararsi dal sole e guai a scordare i suculìn. Era il Trentanove, il 1939, prima che scoppiasse la Seconda guerra. Ma… tlu sè che iù ancù dal cafè da brusé che l’ava dame al mé papà, che se venivi ammalato, una buona tazza di caffè l’era na misin-a, era una medicina”.

testo e fotografie di Anna Arietti

riproduzione riservata

pubblicato su baffidigatto.com il 9 luglio 2018

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