Vivere in montagna, “Una questione umana, ancora prima che lavorativa”

Arriviamo di mattina affrettando il passo, perché i campanacci si fanno sempre più vicini. Le protagoniste, loro, le vacche, non aspettano, mentre i cani rincorrono le manze che vorrebbero defilarsi. È un fermento che ci riporta a ciò che tutti siamo stati: allevatori, uomini di natura.

La “Fiera delle Pietre Gemelle – raduno delle mandrie” si svolge il primo sabato di giugno al Centro sportivo “G. Severina” di Riva Valdobbia, in Val Grande, area adiacente al fiume “torrentizio” Sesia, che volge lo sguardo al massiccio del Monte Rosa.

Marco Defilippi, assessore dell’Unione montana dei Comuni della Valsesia con delega all’Agricoltura e allo Sviluppo della montagna, organizzatore della manifestazione con l’Amministrazione comunale e la Pro loco, non c’è ancora. “Sta per arrivare – ci dice il suo omonimo, Marco, tecnico dell’Unione al quale strappiamo un commento -. Siamo al terzo appuntamento. Gli allevatori dell’Alta valle, da Varallo in su, sono circa una trentina e ci tengono. Oltre a questa edizione primaverile, se ne organizza una in autunno a Campertogno”.

Le “mucche” continuano a giungere alla spicciolata. Il raduno della razza Bruna Alpina e Grigio Alpina nel pomeriggio darà spazio al “Meeting della Bruna, linea Original brown”. Intanto ci viene indicato un ragazzo, “intervistate lui”.

Filiberto, 27 anni, è titolare con i fratelli di un’azienda agricola nata due anni fa. “I nostri genitori non hanno mai avuto animali, i nonni sì, ma è stato soprattutto lo zio che ci ha trasmesso la passione – spiega -. Selezioniamo la vecchia razza autoctona Bruna Alpina da latte, la vacca dei Walser. Il nostro prodotto di punta è il Padotra, un formaggio a pasta grassa, da dieci chilogrammi. Vogliamo far crescere l’attività, lavorando sempre tutti insieme”.

La manifestazione entra nel vivo e il gruppo sorridente della Pro loco è alle prese con panini e miacce, le cialde morbide e sottili a base di farina, latte e uova.

Non distante incontriamo Renzo, 77 anni, che espone i suoi quadri. “Penso di averne dipinti almeno duemila. Tutti si rifanno alla Valsesia: paesaggi, architettura e persone”. Una delle sue opere offre lo spunto per conoscere i borghi della Val Vogna. “Non è distante da qui – dice, indicando con il dito di fronte a sé -”.

Fra le bancarelle di artigianato, prodotti tipici e attrezzatura agricola (in cui spiccano le ciocche), incontriamo Fabio e Gloria con i figli piccoli al seguito, altri giovani produttori di formaggio. Pure loro ereditano la passione per la vita agreste dai bisnonni e dai nonni. “Abbiamo fatto anche la stalla nuova”, affermano con orgoglio.

L’area dove pascolano i bovini, alcuni cavalli, un gruppetto di pecore Naso nero del Vallese e le capre Saanen, è anche luogo di ritrovo per gli amici di sempre. E capita di sentir dire: “Cul mat lì l’è an gamba”, quel ragazzo ci sa fare, un’affermazione che davvero fa ben sperare.

L’assessore Defilippi, raggiunto al telefono, si dice soddisfatto. La partecipazione congiunta di allevatori e produttori è ideale. “Al momento – aggiunge – più che sviluppare la montagna si tratta di mantenere quello che abbiamo. Sarò di parte, visto che sono allevatore, ma vedo dei piccoli eroi in coloro che vivono gli alpeggi. Non hanno servizi, neanche l’elettricità, se la devono vedere con il problema dei lupi e dei cinghiali, eppure presidiano il territorio, lo mantengono vivo. Dobbiamo andare incontro a chi lavora in montagna, invece di farlo apparire come un peso per la società, un fastidio. Dovrebbe pensarci chi si lamenta delle mosche, della strada sporca, della puzza e del rumore dei campanacci. Molti giovani stanno tornando all’attività agricola ed è un peccato non sostenerli. Vanno incoraggiati partendo dal buon senso: bisogna lasciarli lavorare in pace, anche a livello amministrativo. La loro è una vita fatta di sacrifici. Un mestiere povero. È una questione umana, ancora prima che lavorativa. È quindi giusto parlare di innovazione, di nuovi metodi di coltura, di gestione e di sviluppo, ma dobbiamo affrontare anche i problemi di base, quelli di ogni giorno”.

Lasciando la fiera ci attira lo sguardo sereno di Ermanno, 76 anni. Espone posate e altri oggetti intagliati nel legno, i cui motivi richiamano il puncetto tipico. È una guida alpina a riposo. “Ho fatto tutte le vie del Rosa, senza esagerare, almeno qualche centinaio di volte – racconta -. Ho partecipato alla costruzione della Capanna Margherita per tre stagioni. Erano gli Anni Settanta. Adesso per hobby intaglio il legno e faccio lavoretti di campagna”. Fra le sue mani passano legni locali, acero, ginepro (che rilascia aromi nel cibo) e noce.

Anna Arietti
riproduzione riservata

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