“Quassù il pranzo è l’occasione per contarsela”

È quando meno te lo aspetti, quando dai tutto per scontato, che ti imbatti in un’emozione. E allora ti fermi, la gusti. Ad attrarre, senza un apparente motivo, è una porta di legno scuro a vetri e un’insegna che ricorda quelle di una volta. Caffetteria, trattoria, di montagna.

Varcata la soglia, stringendo una maniglia in ottone, il banco delle consumazioni è dirimpettaio alla sala da pranzo. Lo sguardo si posa sul sorriso di Sabrina, 47 anni, che collabora con Emanuele, di 52, nella gestione del locale. Nella scelta del tavolo uno vale l’altro, senonché dall’unico già impegnato arriva un inatteso invito ad aggregarsi. Loro, i commensali, si presentano come Giuliano, Mauro e Ivan, tutti di “anta” anni, parlano di gusto, Guido invece non contiene più la fame e si spazzola un piatto di pasta.

Quassù il pranzo è l’occasione per “contarsela”. La trattoria si trova a Campiglia Cervo, a quattordici chilometri da Biella, sulla via principale. Sul sito internet si legge: “Comune di 505 residenti, caratterizzato dalla presenza di un gran numero di seconde case per le vacanze – un dettaglio interessante -. Altezza: da 600 a 1000 metri sul livello del mare”.

I tre ironizzano sulle mogli, che a casa non attendono perché non esistono, sugli immobili in vendita, tema caro per la necessità di rinverdire, in tutti i sensi, la Valle. Affiorano ricordi, si accavallano rimbecchi. Sugli acciacchi sorvolano: è più forte il desiderio di far sapere che stanno godendo del momento. Ad un certo punto, l’ospite misterioso, colei che firma questo articolo e a cui non si osa rivolgere domande impertinenti, estrae penna, taccuino e chiede di poter prendere appunti. In quel momento il sipario si alza: la conversazione ingrassa sino a diventare un cocktail di cultura e curiosità.

La Val l’è bèlla perchè l’è la nossa” dicono con le “e” aperte, in cui nossa in piemontese sta per nostra. E le storie di quando erano “più piccoli di un grissino” ripartono: “Famose erano le cave di sienite, ormai dismesse. È stata la pietra ornamentale per eccellenza, utilizzata per costruire pure la base della Statua della Libertà di New York”. Sabrina, in compagnia del suo sorriso, serve le portate. Oggi è venerdì, si va di pesce. E fa la sua comparsa pure Emanuele, richiamato subito all’ordine dai fornelli. “Oggi – aggiungono – usano le rocce cinesi, ma non sono la stessa cosa. Nui Bielèis abbiamo imparato a produrre egregiamente, ma non a vendere – a sottintendere che così facendo il territorio si ritrova in brache di tela”. Essere troppo seri però non va bene e allora sparano la storia dell’uovo con il paracadute: “Sì, sì, così si diceva, sennò rotolava giù per la riva – e tutti a ridere -”.

Sabrina ed Emanuele preparando i caffè, spiegano: “Siamo originari di Villanova Biellese, paese di pianura ad una quarantina di chilometri da qui. Gestiamo il ristorante da quasi due anni. Siamo finiti a Campiglia perché nessun’altra proposta è andata a buon fine. Dopo parecchio lavoro e tanta santa pazienza, abbiamo aperto e un po’ alla volta stiamo conquistando la fiducia dei valligiani – e l’occhio si allunga sulla sala, dove la combriccola continua a tenere alto l’umore”.

Emanuele arriva da un’esperienza di pasticceria e catering: “Ho sempre creduto nelle opportunità offerte dalla cucina – dice – e ora è la mia attività. Nel menu non manca mai la polenta, che qui in valle, io non ci credevo, è richiesta in inverno e in estate. Spesso mi chiedono di servirla con le uova e il formaggio. Piace il piatto rustico, con lo spezzatino, apprezzato anche dai turisti che scendono dalla stazione sciistica di Bielmonte. A Pasquetta organizziamo la passeggiata con pranzo sportivo, che nel periodo più caldo diventerà la camminata con merenda cenoira. Qui si ride e si scherza. È un ambiente rilassato, ristretto, tranne nel fine settimana appunto, con l’arrivo dei turisti”.

La locanda di montagna può essere un luogo o diventare qualcosa di unico, dipende dalle persone che la vivono e che sanno lasciarti addosso qualcosa di loro, come si dice, e come mi piace pensare: “Siamo i posti che visitiamo”.

Anna Arietti
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