Il rifugio Mombarone in Valle Elvo

Lascia il lavoro fisso, sicuro, in città e sceglie di correre appresso all’amore sconfinato per la montagna. E’ tutta un’avventura quella che Maria Cristina Mosca, 52 anni, vive da nove, occupandosi del rifugio Mombarone in Alta Valle Elvo, a quota 2312 metri.

“È una scelta che rifarei – spiega -. Vengo quassù anche quando c’è la neve e il rifugio è ancora chiuso. Senza non posso stare. E’ la mia vita. Spesso mi raggiunge anche il marito Damiano Donà. Insieme abbiamo dato alla struttura un aspetto curato; è un ambiente famigliare. Anzi, la particolarità che ci distingue credo proprio stia nella capacità di ospitare. Abbiamo sempre un sorriso da donare. Il nostro obiettivo è far stare bene gli ospiti, farli sentire come a casa. Io sono la cuoca; preparo piatti freschi e sani. Da me nessuno troverà mai nulla di precotto o in scatola. Punto sulla qualità delle materie prime. Le torte sono fatte in casa. La verdura è fresca, la zuppa in scatola non esiste. Raccolgo le erbe nei campi. Per me cucinare vuol dire creare”.

Dal rifugio, il panorama è spettacolare. La visuale spazia a 360° dal monte Turchino alle Alpi dell’Ossola, fino al Monte Bianco. La struttura offre ospitalità da giugno a settembre; se la neve lo permette anche oltre, nei fine settimana.

“Da noi passano pochi stranieri perché non siamo tappa Gta, ma quei pochi sono belle persone; arrivano dall’Olanda, dalla Svizzera e dalla Germania. I biellesi invece non ci considerano proprio. Il Mombarone è troppo in là, la Valle d’Aosta è più vicina, così ci dicono e intanto non vengono. Gli italiani arrivano da Ivrea, Settimo e Carema. In tutti questi anni si sono create tante belle amicizie, il mio difetto è che sono un po’ troppo selvaggia, un po’ orso, e nel periodo invernale non riesco a coltivarle. Le rivedo in estate. Se devo dirla tutta però, ci sono anche certi personaggi che fanno perdere la pazienza. Come quella donna che a tutti i costi voleva il gelato per la figlia e non c’è stato verso di farle capire che a 2300 metri non è possibile averlo. Posso preparare tante prelibatezze, ma il gelato non ci riesco. Mi piacerebbe che si tenesse conto del sacrificio che si fa per arrivare così in alto, con lo zaino pieno di provviste sulle spalle. Quello che finisce nel piatto è frutto di tanto impegno. A volte c’è più pretesa che comprensione e questo mi spiace. Capita che ti chiedono il caffè nelle sue mille versioni e il cappuccio? Ma come non ha il cappuccio? E il croissant fresco? Forse qualcuno non si rende conto del luogo in cui si trova. Ma non è finita. Fin qui è arrivato anche un tacco dodici. Non so come abbia fatto, ma ci è riuscita. Si è presentata una donna con tanto di scarpa elegante e pigiamino in seta. A cena pareva che andasse ad una serata di gala. C’è poi stato un Biellese che è arrivato qui con la bottiglia di vino portata da casa e ci ha chiesto il cavatappi. Quando si dice che abbiamo le braccine corte, forse è vero”.

Il rifugio Mombarone si raggiunge da Graglia San Carlo, la chiesetta che si trova lungo la strada panoramica del Tracciolino, in tre ore di cammino. Il percorso più breve, di due ore, è da Trovinasse via Settimo Vittone. “Qui c’è molto da lavorare – conclude -, Mi alzo presto al mattino, anche alle quattro e mezza, e vado a correre, a camminare per qualche ora, poi torno e inizio a lavorare felice. Quest’anno, nonostante il sole, si lavoricchia. Ci sono pochi passaggi. Comunque ci siamo. Noi siamo qui con voglia di fare e tante buone intenzioni”.

Anna Arietti
pubblicato su La Nuova Provincia di Biella il 1° agosto 2015*
titolo originale: “Il rifugio ‘Mombarone’ gestito da una donna”
riproduzione riservata

* L’intervista risale al 2015. Ora il rifugio è gestito da un’altra persona. Il testo viene riportato a titolo documentativo.