Alpe Cavanna, ai piedi del Mombarone

Gestire un rifugio è quasi sempre una scommessa che si fa con se stessi. Per Andrea Azzalin, 62 anni, gestore dell’Alpe Cavanna, è diverso. Lui dice che la vita non va presa troppo sul serio.

“Per me è un gioco. Al rifugio guardo con un occhio ludico – spiega -. Io sono originario di Vercelli, ma da sempre frequento la zona e sono finito quassù soltanto per gioco. Ho saputo che cercavano qualcuno che gestisse la struttura, da parte del comune di Donato, e ho pensato di provarci. L’ho preso in gestione nel 2003.

All’epoca, la convinzione era quella di aver chiuso con l’attività lavorativa, invece, con la nuova legge, mi è toccato riprenderla. Sono in pensione soltanto dal primo giugno, da due mesi. Finalmente posso essere più presente al rifugio. Qui c’è tanto da fare, ma non si deve mai guardare l’aspetto economico. Quello non esiste. Ecco il motivo per cui dico che deve essere tutto un gioco. Lo spirito giusto è questo. Dobbiamo ridere, divertirci e giocare! Qui funziona così”.

L’apertura del rifugio Alpe Cavanna, a quota 1470 metri, situato ai piedi del Mombarone in Valle Elvo, è sempre su prenotazione.

“Qui non c’è l’energia elettrica. Non c’è nulla. E’ indispensabile telefonarmi. Chiariamo subito. Io sono un po’ burbero. Le persone che vengono a trovarmi devono adattarsi, devono parlare la mia lingua. Per tutto il resto sono a disposizione anche in inverno, sempre tramite contatto telefonico. Ci possiamo accordare sempre. Qui arrivano quelli con le ciaspole, pure di notte. E’ la meta ideale per le famiglie con i bambini; per fare una gita fuori dalla città. I piccoli possono correre liberi e fare i sentieri avanti e indietro più volte. Di qui passano tanti escursionisti, cacciatori, pescatori, cercatori di funghi e ciclisti, ma la maggior parte arriva soltanto per mettere le gambe sotto al tavolo”.

Per raggiungere il rifugio, arrivando da Biella, si può passare da Andrate. Si percorre la strada del Tracciolino in direzione Graglia – Oropa, dopo cinquecento metri, inizia una salita dove si trovano le indicazione per il sentiero. A piedi si impiega circa un’ora e trenta; in bicicletta cinquanta minuti. Volendo c’è un percorso sterrato che si può fare con l’auto e il sentiero a piedi diventa di quarantacinque minuti.

“È una bella passeggiata; tutta in mezzo ai boschi, con tanto panorama verso il Biellese e il Canavese. Da qui, a occhio nudo, si vede la Mole Antonelliana di Torino. I prodotti della mia cucina non sono a chilometri zero, ma a metri venticinque. Certo, c’è da tribolare per fare tutto. Non è semplice muoversi qui, senza corrente elettrica. Ci vuole calma e pazienza. Quello che si fa richiede impegno. Ma, come dicevo, la gente viene soprattutto per mettere le gambe sotto al tavolo. Tutti gli anni arriva un gruppo di ciclisti da Santhià, sfidando il meteo, e tornano giù il giorno dopo. C’è la festa tradizionale del rifugio organizzata dalla Pro loco e si fa la cena dei margari. L’Associazione Nordic walking di Andrate spesso organizza da qui le sue uscite. Idem per gli scout di Ivrea e di Biella che si presentano pure in inverno, con meno dodici gradi, in pantaloncini corti. È questo lo spirito giusto. Chi vuole camminare può raggiungere il Mombarone, il Bric Paglie, fare il monte La Torretta, i monti Cavalgrosso e Cavalpiccolo. Però non esageriamo. Qui noi vogliamo stare un po’ intimi. Non si fa volutamente troppa pubblicità. Tanti ospiti amano stare in pace. E poi, se i numeri diventano troppo grandi, l’attività diventa un lavoro e non va mica bene. Bisogna capire come funziona. Qui ci diamo da fare soltanto io e le mie sorelle. Io, la mia mano destra e la mia mano sinistra e poi c’è anche mio fratello, il bastone, che ci aiuta pure lui. Capite adesso perché sono burbero? Sì, ma sotto sotto c’è pure un cuore. Comunque da me le patatine non ci sono. C’è la polenta grassa, la polenta magra con lo spezzatino, i salumi, i formaggi e il dolce. Mai nessuno è mai andato via lamentandosi o a stomaco vuoto. Qualcosa da mettere sotto i denti lo trovano tutti. Qualche volta preparo pure il riso in cagnone. Adesso che ho più tempo libero vorrei contattare tutti gli amici e organizzare pranzi a tema. Farò la panissa, il piatto tipico della mia terra. Ve ne dico ancora una. L’ultima volta dovevamo essere in sette invece ci siamo ritrovati in sessanta. Troppi. Qui non è un albergo. Il primo che chiama sceglie il menu e tutti gli altri che arrivano dopo si adeguano. All’una suono la campana e si pranza. Venite a trovarmi, ma ricordatevi che qui comanda sempre mio fratello, quello che vi ho menzionato prima”.

Anna Arietti

pubblicato su “La Nuova Provincia di Biella” il 12 agosto 2015

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