Si torna a vivere nei piccoli paesi di montagna

Basta guardarsi intorno per comprendere qual è il malessere che affligge la Valle Cervo, nel Biellese: lo spopolamento. Stando ad un censimento del 1888, i residenti erano circa 6500, oggi non arrivano al migliaio. Qualcosa però si sta muovendo, complice il richiamo ancestrale e non soltanto.

L’incontro a Campiglia Cervo, primo paese dell’Alta Valle, è in cascina. I cani vengono incontro abbaiando. Riccardo Mazzuchetti, 37 anni, allevatore di bovini razza grigio alpina, nonché appassionato di storia locale, li richiama con un fischio.

Nella stalla fra manze e vitelli, rinnovando la lettiera con la forca, si fa il punto sulla situazione: “Sono felice di essere tornato a casa, di aver lasciato la pianura dove affittavamo un cascinale: preferisco la montagna – spiega -. Se vuoi sapere come la penso, l’industria che ha strappato via le persone si è rivelata un fuoco di paglia. I miei genitori, come tutti qui, frequentavano le scuole del paese. Ogni borgo aveva le proprie, pure i più piccoli. I valligiani sono diventati famosi nel mondo per i loro scalpellini, muratori e impresari. Mio bis nonno Umberto aveva contribuito nella costruzione della linea ferroviaria che collega la Cina al Tibet. Nel 2002, un’alluvione ha devastato la Valle, ma grazie ai contributi pubblici, dei danni non c’è più traccia. La fusione dei comuni di Quittengo e di San Paolo con Campiglia, avvenuta nel 2015, porterà ossigeno, denaro, sempre che Stato e Regione mantengano le promesse. Le scuole oggi sono presenti soltanto a Campiglia, ma con i prezzi buoni delle case, si assiste al ritorno di qualche famiglia. Anche l’amministrazione comunale ci sta mettendo del suo: non applica l’addizionale Irpef e i tributi Tasi e Tari sono contenuti”.

Si avvicina la moglie di Riccardo, Roberta, con i tre figli di tre, sei e sette anni, che chiaramente non stanno fermi, “in casa distruggono tutto, meglio farli giocare fuori”.

La loro azienda agricola è “in conversione”, diventerà biologica, seppure, come dice lui, “lo sia da sempre”. “L’iter richiede tre anni e lo rispettiamo, ma i nostri prati non hanno mai visto concimi e diserbanti chimici. Utilizziamo il letame. In inverno gli animali sono in stalla, da aprile a novembre pascolano all’aria aperta. Comunque, per lavorare bisogna adattarsi. Nonostante l’organismo di controllo imponga regole più severe, complicazione in più, rientrare nel biologico valorizza il prodotto e abbiamo più riscontri in termini di aiuti economici. Nel bio, un domani, potremmo vederci anche il riconoscimento di una doc, dop o di una igp”.

Con le opportunità di lavoro in Valle, s’intravede il ripopolamento. “Guardiamola in senso più ampio: riportare l’allevamento, significa tutelare l’ambiente. Gli animali controllano il bosco, ripuliscono dai rovi e va da sé che con la disponibilità di impiego, torneranno anche le persone. Per quanto ci riguarda – conclude Riccardo Mazzuchetti – abbiamo deciso di ampliarci in collaborazione con altri produttori. E poi, per dirla tutta: teniamo duro, almeno qui i nostri figli crescono all’aria aperta, liberi”.

I bambini si rincorrono nei prati con le guance arrossate, indifferenti all’aria sottile, meno due gradi; giocano con i cani. Il cielo terso e quel profumino di sterco che rimane addosso, nel naso e sotto le scarpe, riportando un po’ alle origini, rendono ben chiara la ragione per cui Riccardo associa al suo profilo WhatsApp la locuzione latina: “Hic manebimus optime”, qui staremo benissimo.

Anna Arietti

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