Il potere curativo delle emozioni

Se i viaggi da sempre lasciano benefici effetti nella mente, rievocarne il ricordo diventa pratica di cura in alcune malattie. Il rivivere le emozioni permette di instaurare rapporti e confidenze che stimolano la fiducia e il benessere; immagini e sentimenti procedono di pari passo. Il rimedio si può adottare in parallelo o a supporto dei trattamenti di base.

L’applicazione è proposta simulando un percorso virtuale in treno, strutturato in base alla persona che dovrà beneficiarne. Il progetto in fase di sperimentazione da un anno e mezzo è operativo presso la residenza “Maria Grazia” di Lessona, un piccolo comune in provincia di Biella, gestita dall’Opera Pia Cerino Zegna onlus, dove per espressa volontà degli operatori il vagone è allestito con interventi di volontariato e donazioni e richiama alla memoria gli anni Settanta, un ambiente confortevole che mette a proprio agio.

“Il viaggio tipo può iniziare con l’acquisto del biglietto, come avviene davvero; poi si parte alla scoperta del mondo attraverso il finestrino, un televisore posto fra due poltroncine, in cui scorrono le immagini – spiega la responsabile della residenza Emanuela Petit -. In realtà il percorso porta alla scoperta di se stessi, stimola il raccontarsi. Molte delle persone che portiamo in viaggio sono convinte di partire davvero. Alcune riconoscono nel paesaggio ambienti della loro vita. Talvolta la messa a fuoco è reale, in quanto alcuni dei filmati riprendono tratte ferroviarie locali, altre volte no. Utilizziamo il trattamento non farmacologico del viaggio nei casi in cui la persona viva stati di ansia, di agitazione generale o di inappetenza, disagi correlati a patologie più serie che possono rientrare in un contesto ampio e specialistico come quello della demenza, non soltanto senile. Con la rievocazione di certi ricordi, la sofferenza si smorza e la persona si tranquillizza. Il treno, anche se virtuale, consente più facilmente di creare il contatto con un altro passeggero, nel nostro caso con l’operatore, come avverrebbe in un viaggio vero: con uno sconosciuto si parla più facilmente e a volte si sgranocchia qualcosa. La pratica tende ad eliminare la terapia al bisogno, calma senza dover somministrare gocce e non interferisce con le terapie di base”.

In accordo con le famiglie, alcuni ospiti della residenza “in viaggio” sono stati filmati, rivelando trasformazioni comportamentali sorprendenti. Non soltanto. Della pratica ne beneficerebbero anche gli operatori.

“È emozionante osservare le reazioni – aggiunge Cristina Braga, referente per il progetto – e il nostro personale in effetti ne conferma il giovamento. Alcuni ospiti, invece, piangono per la gioia, o altri, sempre chiusi in se stessi, ritrovano la voglia di ridere, ma la soddisfazione più grande arriva quando riprendono a nutrirsi. Otteniamo risultati anche nei casi di persone che vogliono tornare a casa, ambiente inteso come luogo dove avevano gli affetti, non la costruzione di mattoni che di solito neppure più riconoscono. Scendendo dal treno questi ospiti iniziano a sentirsi a casa e non tentano più di fuggire”.

La pratica della rievocazione del viaggio, nel lungo termine, sempre stando alla sperimentazione, può ridurre le terapie di base.

“Eliminando l’ansia registriamo una riduzione delle contenzioni fisiche e farmacologiche – prosegue Petit -. Dopo aver portato la persona agitata in treno per una trentina di minuti verso un luogo affettivo dove sente di stare bene, vediamo che non serve più contenerla ne sedarla. Funziona anche con chi non parla o non si esprime più in modo convenzionale. Nella mente il ricordo del viaggio rimane vivo. In certi casi non si ha più lo scambio di parole, ma un monologo oppure si tenta un canale diverso, come il tocco o la carezza. Il viaggio è un mezzo, un facilitatore. Il vissuto che non siamo più in grado di esprimere, dentro di noi rimane. La persona non muore con la diagnosi ma si trasforma; cambia il modo di comunicare, ma dentro è integra. Dire ‘tanto non se ne accorge, non capisce’ è tremendo. Non se ne accorgerà con la parola, ma con lo sguardo, sì. È un essere umano intrappolato in un corpo. Abbiamo assistito persone altamente compromesse che hanno dimostrato di comprendere, facendo scendere una lacrima dagli occhi. Si esprimono come possono. Sono contenitori, sta a noi interpretare i loro segnali; il loro stato di agitazione. Forse vorrebbero che li comprendessimo di più. Anche il voler tornare a casa è sinonimo di volere comprensione. La diagnosi è soltanto un passaggio per accogliere e vivere la patologia con gli strumenti a disposizione, anche non convenzionali. Se non c’è la parola, si utilizzano le immagini o il contatto – conclude Emanuela Petit -. Il problema più grande è che spesso si entra in uno stato di accettazione della malattia, in cui sembra che non ci sia più nulla da fare, ma la terapia del viaggio sta dimostrando che non è così”.

Anna Arietti per ilpapaverorossoweb – 15 marzo 2016

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