“Che buntà le michëtte d’pan méglia”

“Si facevano soltanto d’inverno quando c’era la stufa a legna accesa – racconta Fernanda, 88 anni -. A Cossato le vendeva il Gino panaté, che aveva il negozio vicino al ponte sullo Strona.

Le preparo con la farina di granoturco, par fé la pulenta, ne serve mezzo chilo, poi aggiungo un cubetto di lievito di birra, dop i bütt mezzo cucchiaino di sale fino sciolto nell’acqua tiepida, una confezione piccola di panna da cucina e mescolo. L’impasto deve rimanere un po’ liquido. Spolvero con una manciata di farina bianca par sùra, copro con un panno e lascio riposare per un’ora. Quando è ben lievitato lo mescolo ancora. A parte, ungo una pirofila con l’olio, la spolvero con la farina gialla e poi i fach di michëtte. Con mezzo chilo di farina me ne vengono circa undici. Il forno dev’essere bén caud. Faccio cuocere per mezz’ora.

Poi tlu sèggè mi ca al vén bun! 

Le mangiavo spüra a merenda, quando tornavo da scuola con le soccule ai piedi. A volte mi davano an tuchètin ad furmagg, o i sungin, adesso li chiamano ciccioli. Il nonno Giovanni, quando c’erano, preparava le rape con l’asil, con l’aceto. Prendeva le rape piccole, le lavava bene, le metteva con la buccia nella scanà, la bigoncia, e le ricopriva con l’aceto. Ogni tanto me ne dava una da mangiare con il pan méglia. Quando c’era, si mangiava anche con la mostarda di mele”.

Anna Arietti

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pubblicato su Baffidigatto il 23 dicembre 2017

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