Da metalmeccanico ad agricoltore

Quando la passione per la vita di campagna ce l’hai dentro non ci puoi fare nulla se non, prima o poi, assecondarla. Ed è così che, aiutando un amico pastore, Cristian Cadore, 35 anni, di Borriana, matura consapevolezza sino a farne un mestiere: fra pochi mesi l’attività amatoriale diventerà azienda.

Scostato il cancello, l’aia impegna tutto. L’attenzione si sofferma su tre oche bianche rumorose. Due cani, pastori biellesi, si riguadagnano la scena abbaiando.

“Vieni, ti mostro la pet-therapy del mattino” dice lui, Cristian, camminando veloce. Da sotto la tettoia e fra i cespugli sbucano tanti occhi. In tempo zero e in direzione del prato sfilano capre, galli e galline, pecore e anatre. La festa inizia. Le granaglie buttate qua e là creano un parapiglia. L’interazione uomo-animale commuove benevolmente.

“Ho iniziato dando una mano agli amici e accogliendo i primi animali, una capra e due galline bianche, perché raccolgo tutto quello che mi offrono, ma il botto c’è stato quando ho preso il becco nano – spiega -. Dopo un anno di caprini ne contavo quindici. Mi hanno portato tanto impegno e danni. Memorabile è stata la scorpacciata di cavoli, con l’orto distrutto. Cosa ci posso fare? loro sono la mia ‘malattia’. Con il baratto è arrivata anche un’anatra. L’ocone – che indica con il dito – era destinato al forno, perché cattivello. Ora s’è calmato – quando però chi scrive l’articolo gli scatta una foto, il pennuto si fa avanti in segno di sfida -“.

La cascina è arrivata quattro anni fa e i lavori di ristrutturazione sono ancora in corso. Il debutto con la produzione e la vendita di frutta e verdura invece è imminente. “Sto facendo tentativi, sperimento – prosegue, mentre le cagnette Volp e Simba non lo perdono d’occhio un istante -. Possiedo un vecchio vivaio che sto trasformando in frutteto, centocinquanta piante di prugne, e alcuni campi. Faccio tutto da solo, talvolta con il supporto tecnico di papà. La mia famiglia arriva dalla campagna, ma con la trasformazione economica degli anni Cinquanta e Sessanta aveva scelto la fabbrica, il tessile e la fornace. Io invece, dopo aver lavorato per quindici anni come magazziniere nel settore metalmeccanico, torno all’agricoltura. Il primissimo passo l’ho compiuto seguendo un corso da giardiniere. Spesso sento dire che non c’è lavoro: sono tutte balle. Basta aver voglia. Personalmente sono rimasto fermo, si fa per dire, un anno, per capire come procedere”.

La conversazione viene interrotta dall’avvicinarsi di un grosso tir. La strada è stretta e cieca, ma il navigatore satellitare la considera una via importante e molti camionisti finiscono nel tranello, il che costringe ad una serie di manovre, un momento curioso, poi Cristian si riprende: “Pensando al futuro mi piacerebbe – e quel ‘piacerebbe’ lo ripete due volte -, produrre formaggio con latte di capra e vacca. Dovrò adeguarmi alle normative e sarà dura, ma non mi scoraggio; anche il meteo non sempre aiuta. Tu metti la mano, ma è il clima che decide cosa far crescere. Quest’anno ho seminato le patate a polpa rossa e studio le varietà autoctone, come le antiche mele biellesi. Voglio arrivare ad essere autonomo nella produzione di fieno e granaglie, intanto utilizzo mangime italiano e contengo l’uso dei fitofarmaci. Trovo assurdo avvelenare la pianta di cui mangio il frutto. Tant’è che da due anni ospito le arnie di alcuni apicoltori, quindi l’ambiente è sano”.

La cascina si trova ai margini della riserva naturale speciale della Bessa, in Piemonte, alle pendici delle Alpi, in provincia di Biella. “In bici impiego due minuti per arrivare in piazza, a Borriana, e al tempo stesso sono vicino alla tranquillità, anche se con la presenza di tanti cinghiali e caprioli, certe volte sembra di partecipare a un safari”.

La visita prosegue; passo dopo passo, è un arricchirsi, è fare cultura. Ed è così che impari a distinguere il sesso delle oche bianche, dal colore del becco. E scopri come riconoscere la pecora biellese, dal ciuffo. “Devo vedermela anche con i costi di gestione e sperare che nessun attrezzo si rompa. Il gasolio aumenta e serve sempre materiale nuovo; di recente ho comprato i teli per coprire le patate. Ogni tanto mi dicono: ‘cosa vuoi che sia, butta lì che cresce’. Francamente sto zitto soltanto per non rispondere male”.

Cristian recupera oggetti di una volta, li valorizza. Ti mostra libri sulla vita pastorale, “alcuni letti e riletti fino a saperli a memoria”. Vivi l’entusiasmo di chi ama tutto quello che fa. Per un certo periodo ha accolto in casa pure un galletto. Ora il posto è occupato da una ragazza, che sul momento non c’è ma viene nominata a più riprese, e da Lince, una gattina che “l’ha mandata il Signore per cacciare via i topi. Un giorno ho sorpreso le capre a sbirciare in una borsa di plastica. Dentro c’era lei, l’avevano abbandonata”.

“In tanti si stupiscono della mia scelta di vita. Forse è il destino o è una storia di famiglia. Chissà”. Ma poco importa. Cristian ascolta i sentimenti, tanto che definire la sua attività un “lavoro” non rende. Lui fa di più, vive appieno. Le ultime battute si scambiano fuori dal cancello, mentre Gilda e Pedro, le capre nane, brucano erba dalla sua mano.

testo e fotografie di Anna Arietti
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