“Non ci sono motivi per rimanere”

Quelli del luogo se ne vanno e dalle grandi città arrivano (non tanti). La tendenza in corso da decenni a Baltera di Masserano, che è poi realtà comune a tanti borghi, non fa una piega finché fra i suoi ventitré residenti c’è chi sa fare di necessità virtù e di sogni realtà. Una passeggiata nella frazione porta alla scoperta di un quotidiano fatto di saggezza sottile e penetrante.

Nella borgata resiste il negozio dei Mongrandi, uno dei più antichi del paese. È panetteria, tabaccheria e alimentari. Al banco c’è Armando, mentre nel vicino orto s’incontra Luisella. Sono i figli di Walter, mancato nel 1988, e Anna, di 86 anni, che hanno avviato l’attività negli anni Sessanta.

“La mamma fino a qualche anno fa aiutava ancora, adesso si gode un meritato riposo – racconta Luisella -. Lei serviva in negozio, mentre papà era panettiere, come il nonno Luigi. Quando è stato il momento di decidere le sorti dell’attività, Armando ha smesso di occuparsi di impianti elettrici e ha iniziato a fare il pane; oggi gestisce il negozio e fa le consegne a domicilio. Dà un servizio alle persone e riesce a sopravvivere. Negli anni Settanta, Ottanta il negozio girava a mille. Quando al sabato papà faceva la pizza da asporto, una novità per l’epoca, nel locale si formava la coda. E allora lui, per ingannare l’attesa, preparava i popcorn”. La clientela oggi è perlopiù anziana e il negozio diventa un punto di ritrovo; vicino alla cassa ci sono due sedie. “Le donne a volte si fermano a chiacchierare, se la contano sulle novità, ’la mortie culla là, ian rusià cui dui lì’, la tizia è morta, quei due hanno litigato”.

Fuori, sulla panchina c’è Anna. “I vecchi muoiono e le case vanno giù – dice, come se finalmente potesse sfogarsi -. Le fabbriche non ci sono più e la gente preferisce i centri commerciali. E dire che una volta gli operai venivano dalle ditte a prenderli con il pulmino. Non c’era di certo il tempo di stare sulla panca. Se sei abituato a lavorare e ti piace farlo, non senti la fatica. È quando cedono le gambe che ti devi arrendere e pure il cuore e la mente lo devono capire. Vedendo poi come vanno le cose, soffro”.

Dall’altra parte della strada inizia il sentiero che porta nel cuore di Baltera, dove parecchie case cadono a pezzi e, come ti dicono, sono quasi tutte in vendita, “Le puoi comprare per poco, poi però devi investire per ristrutturare e il gioco non vale la candela”, ma la posizione è bella, ben esposta al sole, fra le colline. Più a monte si staglia nel verde la chiesetta in mattoni rossi di San Bernardo. Ad accompagnarti c’è Gina, o la Gina, come si usa dire. Ha 87 anni e le hanno appena spiegato che la tipa con il taccuino non vende nulla.

“Sono originaria di Vallanzengo – dice, facendo attenzione a dove mette i piedi, perché i gradini si vedono appena, con la canna in una mano e la borsa della spesa nell’altra -. Vivo qui da quando mi sono sposata negli anni Sessanta. Questa strada la faccio tutti i giorni, fin che posso”. Gina indica con il bastone le case dove ancora risiede qualcuno. In tutta la frazione ci sono quattordici nuclei famigliari. “Una volta era pieno di gente e di bambini che giocavano, adesso non c’è più niente – racconta, raggiunta la piazzetta dove ci sono due sedie -. Arrivava anche il treno, poi il pullman. Oggi invece se non guidi è difficile spostarsi”.

Passa un uomo a piedi. “È l’Aldo, abita in Svizzera ma suo papà era originario di qui – spiega ancora, dopo avergli detto ciao -. Ogni tanto torna con la mamma, in vacanza. Arrivano anche quelli di Milano, come la Lia, che quando c’è mi fa compagnia. Non ci sono più motivi per rimanere. Il lavoro è lontano”.

Un altro uomo passa davanti, su un motorino che fa fumo. Gina ad alta voce dice: “Ci fai morire”. Tempo zero e il tizio inverte la marcia e lei bisbiglia: “Varda, al tùrna – guarda, arriva di nuovo -. Ha il pallino dei motori. Con quel trabiccolo vuole farci una carriola per spostare la legna – e poi sbotta -. Mica vorrai fare avanti e indietro tutta la mattina? Inquini!”. Da lontano torna un “Sento niente io”.

“Meno male che siamo in pochi – aggiunge Serena, 65 anni, che abita nelle vicinanze e che Gina coinvolge nella conversazione -. Sono scappata da Milano sette anni fa quando sono andata in pensione, ma non mi trovo troppo bene, perché mancano i servizi pubblici. Non guido e dipendo sempre dal marito”. Perché allora trasferirsi? “È una questione economica: si compra bene. In Brianza le case costano il triplo”. E perché scegliere Baltera? “Per la natura. Ero abituata in un condominio”. In sottofondo la Gina borbotta: “Ma va. Iè gnanca na stiz!”, non c’è niente. “Il brutto, se mi posso permettere – riprende Serena – è la gente, è chiusa, strana – ièn Bièlèis, mormora Gina -. Fai fatica a fare amicizia; le persone tengono le distanze, si comportano come se gli dovessi chiedere qualcosa”. E poi ripete “sono strane”.

Il personaggio del motorino ripassa e anche Serena lo riprende: “Con quel trabiccolo ‘ta spuzzé’. Dai Salvatore, basta con sta cosa, sei grande su!”. La Gina bolle: “L’è ciapà ant’ai mutur, iè niente da fé”, è preso nei motori, non c’è niente da fare – come biasimarlo, è un passatempo, ma lei rimbecca -. Lu fa aposta”.

Salvatore, con i suoi 57 anni, finalmente spegne il motore e inizia a sciorinare i passaggi della messa a punto che attuerà, ma le due donne non mostrano interesse. Poi dice: “A Baltera si sta da dio. Sono venuto via da Milano negli anni Ottanta perché le case costavano come diamanti. Ho dovuto migrare. Sono finito a Mortara, poi siccome volevo andare a funghi, sono arrivato qui. Quando ho perso il lavoro ho lasciato le zanzare e la nebbia e mi sono trasferito definitivamente – e Gina da sotto riparte ‘sì, adesso è qui che inquina’ -. La questione è che il lavoro ‘iè minga’, però so fare di tutto e allora ho trovato un impiego nel tessile e mi do al fai da te”. La casa di Salvatore è stata prima un convento e poi una scuola.

L’ora di pranzo porta nella piazzetta rumori di stoviglie. Dalle lingue di bosco che s’infilano fra le case senti gli uccelli cinguettare. Una gallina canta, avrà fatto l’uovo. Qualche curva più su, Andrea, 49 anni, è il proprietario di un agriturismo. Nelle sue poche parole trasporta l’amore per il lavoro, per la terra da cui trae i prodotti che porta in tavola. “Arrivano da noi molti Masseranesi e gente dai dintorni, turisti veri… – storce il naso, fa intendere che sono pochi -. Conto sul passaparola e lavoro bene”.

A Baltera in fin dei conti si viene per trovare qualità di vita. L’impressione allora è che prima di ripensare i servizi, serva colmare un vuoto culturale. Perché se l’ambiente naturale e la tranquillità sono un quid che si cerca, nella scala dei valori un gradino spetta pure alle borgate, dove il giardino pubblico è il bosco e le amicizie sono quelle del cortile, non soltanto dei social. Perché il bisticcio con il vicino si fa sul pianerottolo, quanto sul ciottolato, con la differenza che in città si va a sbollire nello studio del legale, mentre a Baltera dicono che si corra a zappare l’orto.

testo e fotografie di Anna Arietti
pubblicato su BiellaCronaca.it il 9 giugno 2017
titolo originale: I ventitré della Baltera
pubblicato su Baffidigatto il 10 giugno 2017
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