Coltivare la terra è seguire un istinto

Quando entri nella vita di qualcuno che sta bene con se stesso e con il mondo lo senti, a partire da quel cancello sempre aperto con l’erba cresciuta tutt’intorno, che ti fa sentire gradito, alle parole dette con imbarazzo dove il raccontarsi si rivela una scoperta. Perché coltivare la terra è seguire un istinto, inscindibile dall’averne rispetto, che porta ad amare in silenzio.

Cascina Giamen di Umberto Scopel si trova ai margini della Riserva naturale orientata delle Baragge, a Castellengo di Cossato, zona a forte presenza di brugo, volgarmente chiamata erica, da qui “La Bruera”, il nome dell’azienda agricola.

“Lavoro per avere prodotti sani, il più possibile naturali, senza esasperare la terra, perché sono cresciuto facendo tentativi, anche sbagliando – spiega -. Nel tempo sono diventato autosufficiente; produco le granaglie che occorrono per alimentare gli animali: mais, orzo, grano, tanto foraggio e soia. Il grano saraceno, che vendo, lo coltivo da diversi anni su sodo; la semina avviene senza arare, utilizzando un’apposita seminatrice. È un modo di procedere più attento che porta quasi gli stessi risultati delle lavorazioni ‘tradizionali’, ma con un notevole risparmio di tempo. Perché il terreno, affinché mantenga un’alta fertilità, va rispettato”.

Visiti la proprietà preceduta dalla cagnolina Lilli e dai suoi tre cuccioli. Dal cortile passi al prato, dove lo sguardo corre sui campi verso la pianura. Umberto indica con il dito alcune macchie scure. “Sono i punti scelti dai cinghiali per fare man bassa, distruggendo la coltivazione – dice, aggrottando per la prima volta le sopracciglia -. Pur essendo vicini alla riserva e premesso che tutti gli animali sono utili, è comunque necessario gestirli in rapporto alle dimensioni del territorio; anche la caccia va regolamentata e deve essere sostenibile”.

Il mondo di Umberto è in campagna, a contatto con la natura. “Certo, quarant’anni fa i contadini erano numerosi, c’erano più opportunità di trovare dei lavoretti. Ho iniziato così. Ogni tanto poi passavo dal Rico a raccontargli dei miei progressi, e lui diceva: ‘Umberto, questa terra è santa’. Non capivo, finché un giorno mi ha detto: ‘È santa perché è meglio averne poca che tanta’. Aveva ragione. La terra baraggiva è magra, arida e non si presta ad essere irrigata. Per fare l’agricoltore ho quindi cercato terre fertili, e meno sante, nella parte bassa di Castellengo. Quando un uomo ha voglia di lavorare e può fare quello che gli piace, ha trovato la sua fortuna più grande”.

La visita prosegue verso le stalle, quando senti di avere degli occhi addosso. Sono quelli di un piccolo maiale. “Ecco uno dei miei banditi, di tre mesi. Torna a casa! – lo intima Umberto. La creatura si dà una scossetta, come se stesse pensando ‘mi ha beccato’ e si dilegua -“.

Nella stalla sonnecchia Giovanni, maiale di cinque quintali e mezzo che non ha alcuna voglia di fare gli onori di casa. Dà le spalle, anzi un voluminoso fondoschiena. La voce di Umberto suona familiare, mentre quella dell’ospite no. Le tue prime parole sollevano grugniti e fruscii, la soglia di attenzione. Le scrofe non sembrano badare troppo ai cuccioli e i più grandicelli, che Umberto definisce “spiriti liberi”, fra questi il piccoletto di prima, sgambettano furtivi da un recinto all’altro. “I maiali sono intelligentissimi, come pure le vacche. Vanno trattati bene. Se gli porti cibo, li tieni puliti sulla paglia come si faceva una volta, loro non hanno motivo per vederti come un nemico, anzi, sanno essere riconoscenti. Una volta mi è scappata una mucca. Pensavo di non rivederla, invece dopo due giorni ho sentito dei passi alle mie spalle, era lei. Guardandoci negli occhi, pian piano si è avvicinata e mi ha leccato la giacca. Sapeva di averla combinata grossa”.

L’allevamento di Umberto raggiunge il compromesso che ti aspetti. Gli animali verranno macellati, ma intanto vivono serenamente; sono rispettati ed è realistico auspicare che un giorno tutti gli allevamenti godano di tanto. “Seguiamo i tempi naturali di crescita. Non ottimizziamo la resa. Li facciamo vivere bene. I salami buoni si fanno soltanto con materie prime di qualità. Una volta si diceva che la carne di maiale doveva avere almeno due mesi di agosto. Si faceva a gara su chi produceva il salame migliore. Ogni famiglia aveva una propria miscela di spezie segreta e ne faceva un vanto”.

Sul tavolo del locale adibito alla conservazione ci sono due salumi dalla forma insolita, avvolti nella farina di mais, che sembrano nati dalla fantasia di un bimbo. In effetti Umberto spiega che da piccolo, siccome era una peste e temevano che nel corso della macellazione infilasse le mani nelle machine, i ‘grandi’ gli trovavano un impegno. “Capitava di giocare con un po’ di impasto di carne. Nasce così il salume privo di budello a cui mi sono ispirato e che ogni tanto propongo. Di nostra produzione, riconosciute eccellenze del territorio, sono la paletta e la mula, oltre ai salumi derivati dai diversi tagli di carne. Nel nostro lavoro mettiamo amore, che non lo rende una favola e non ne toglie i problemi, ma incoraggia ad affrontarlo con lo spirito giusto”.

Cascina Giamen gode di una posizione ben esposta, al riparo dalle correnti fredde. Nel cortile, oltre al gatto che si strofina sull’orlo dei pantaloni, ci sono piante di limoni, un pompelmo e un kumquat, il mandarino cinese. Daniela, la moglie di Umberto, te ne offre uno che finisce subito in bocca, ma ne seguono un secondo, un terzo e anche un quarto. Di tutto ti aspettavi a Castellengo, tranne di sentire il sapore degli agrumi che pizzica la lingua. Lilli, da una certa distanza, osserva tutto. Dal serraglio, dall’altra parte del cortile, sbirciano due oche rumorose e un anatra dal ciuffo ridicolo.

testo e fotografie di Anna Arietti
per BiellaCronaca
pubblicato il 19 aprile 2017
titolo originale: “Lavoro per avere prodotti sani”
pubblicato su Baffidigatto il 20 aprile 2017
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