La bellezza del vivere insieme

Non è come si pensa. La Bassa Biellese non è soltanto “zanzare d’estate e nebbia d’inverno”, come dicono certi che stanno più su. Il secondo fine settimana di novembre si festeggia il patrono, San Martino, nel minuscolo comune di Gifflenga: centoquaranta residenti e un gran dispiego di energia per celebrare la bellezza del vivere insieme.

Percorrendo la strada che porta alle poche case, fra risaie e meleti, appare un trattore all’opera anche oggi, perché è la terra che comanda. Alla festa, dove è ancora costumanza mettere il vestito bello, si andrà dopo.

Dirimpettai sulla piazzetta sono il municipio e la Pieve di San Martino del Seicento, una taverna con il logo della rana, l’anfibio autoctono che da queste parti finisce in padella, e una fontana, unica fonte di rumore, che costituiscono il cuore del paese.

Dalla chiesa esce una donna, con i suoi parecchi “anta” anni, a rinfrescare l’acqua del vaso di fiori; oltre l’altare, dietro al presbiterio, qualcuno suona la chitarra. E’ Katia con i ragazzi, alle prese con le ultime prove di canto per la messa che si celebrerà a breve. Fra i banchi siede una donna, che ha voglia di parlare. “Questa non è la chiesa principale. La parrocchiale si trovava vicino al torrente Cervo, ma è stata stata spazzata via dalla piena, tanto tempo fa, con buona parte delle abitazioni. Tant’è che le case più antiche si trovano a Canton Castellazzo, non qui a Canton Chiesa – spiega, senza voler rivelare il suo nome -. Meglio di no. Qui ci conosciamo tutti e siamo pure un po’ parenti; poi mi trovano da dire”.

Di fronte alla Pieve s’incontra il sindaco, anzi, la sindaca, giovane e sorridente, che tutti chiamano per nome, Elisa. E’ un po’ agitata. Sta per iniziare la messa e non ha ancora indossato la fascia tricolore. “Ci parliamo dopo”, accenna trafelata. In chiesa ci saranno anche i sindaci di Masserano e di Castelletto Cervo. È la festa di tutta la comunità pastorale. A celebrare l’eucarestia sono il giovane don Marco, che scherza sempre anche quando predica, e don Alberto, con i suoi annetti, che parla a voce bassa e “noi vecchi non sentiamo niente”, commentano fuori, sul sagrato, dove in attesa c’è anche Silvana. “Noi siamo di Masserano, ma a Gifflenga ci veniamo spesso, da sempre”. Brava a preparare le frittelle di mele, leccornia tipica, la donna svela la ricetta: uova, un goccio di rum, una grattugiata di scorza di limone, poco zucchero, perché va messo anche sulle frittelle, e farina doppio zero. Ho provato ad usarne altre, per far contenta mia figlia che è fissata con quelle farine nuove, ma non vanno mica bene. Il composto deve rimanere liquido sennò le frittelle vengono spesse”.

La giornata rievoca Martino, il santo. L’aria è fresca, ma il sole scalda. La presenza di una persona che si aggira con taccuino in mano e macchina fotografica al collo incuriosisce. Nonostante il movimento portato dalla festa, negli sguardi si legge: “sa qui ci ca l’è?” questa chi è?

Oltre il salone polivalente, a far da guida sono gli aromi della cucina, si staglia un tendone bianco dalle dimensioni esagerate, montato per l’occasione. Fervono i preparativi per il pranzo. Ai tavoli c’è Umberto, indaffarato con le tovaglie, mentre fuori arrivano le Fiat Panda per il raduno, invitate ad animare la festa. “Ne attendiamo almeno cinquanta – dice Nelson -, però parli con mia moglie, ‘mi port ai brèie, ma l’è célla ca la cùmanda’, io porto i pantaloni, ma è lei che comanda”. La capa si chiama Michela: “Il nostro gruppo è di Pettinengo – spiega -. Più tardi faremo un giro fra risaie e meleti e ci sarà la gincana con i birilli e fra i ‘balòt ad fèn”.

Conclusa l’eucarestia e impartita la benedizione in piazza, scatta una voce: “Piero, tàca la mùsica!” e dallo stereo di una Panda, alla cui guida siede un ragazzo che non attende altro, schizzano a palla note troppo moderne che scatenano un fuggi fuggi di vecchietti.

Ospiti sono Andrea, referente d’eccezione del Panda club, e Linus, uno dei cantanti dei “Farinèi dla brìgna”, che esibendosi in lingua piemontese, proporrà “La mè Pànda a pèrd ij tòch”. “Farò un po’ lo stupido – commenta – visto che sono il comico del gruppo“. C’è voglia di giocare, ma non per tutti è così. Come spiegato in chiesa, il giorno prima è mancata Lea, aveva 84 anni, e in paese la sua perdita fa la differenza. Un’anziana riprende il pensiero dicendo: “Non è la solita festa”. Nel frattempo la sindaca sparisce, verrà ritrovata nella tensostruttura a bere il caffè, meno emozionata, ma sempre con la voce alta da maestra di scuola, la sua professione. “Si sente lo spirito della comunità – dice -. Vedere tutti questi giovani, arrivati alla spicciolata anche dai paesi vicini, e tante persone, ci fa vivere la bellezza del ritorno a casa, di ritrovarci con i ricordi e di condividere l’amore per il paese che ci unisce”.

La sera prima si sono svolte due competizioni gastronomiche: ottocento i partecipanti, che hanno composto la giuria popolare. Per il “Gran premio d’la panissa”, la ricetta a base di riso, fagioli e lardo, sfumati nel vino rosso, proposta anche nella versione con il salame, in cucina si sono sfidate le Pro loco Bastìa di Balocco, di Mottalciata, di Tronzano Vercellese, che ha vinto, e il Comitato festeggiamenti di Buronzo. Per il “Palio del magnifico risotto” hanno gareggiato le Pro loco di Castelletto Cervo con un piatto di risotto al gorgonzola, zucca e cioccolato amaro, di Tollegno con il risotto alla birra, di Brusnengo con il risotto al Bramaterra, gli Amici dei risotti di Cossato con il riso ai peperoni e bagna cauda, l’Associazione sportiva di Villa del Bosco con il risotto della regina e la Pro loco di San Damiano di Carisio, che ha vinto, con il risotto al gorgonzola dolce e burro alle erbe aromatiche. “La parola giusta per descrivere la serata è divertente – prosegue la sindaca -. Tutti i piatti erano buonissimi. È stato bello vedere i gruppi che cercavano di arruffianarsi i voti facendo fare ulteriori assaggi. La festa è nata, quasi per scherzo, una decina di anni fa, in un capannone troppo piccolo per contenere tutti e adesso essere qui così numerosi è di buon auspicio per fare sempre meglio, anche se comporta impegno. I volontari della nostra Pro loco hanno trottato come matti per arrivare ad oggi”. Elisa, viene da chiamarla per nome, non manca di ringraziare i gruppi intervenuti e la Protezione civile per il servizio svolto. Lasciando la festa, tutti salutano, sembra di conoscersi, e ritorna alle orecchie lo scroscio dell’acqua della fontana. La sensazione è proprio quella di allontanarsi da casa.

Anna Arietti
pubblicato su BiellaCronaca.it – novembre 2016
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