“Quel rifugio è la mia vita”

Il contratto scadrà a fine dicembre e poi Andrea Azzalin, il gestore del rifugio Alpe Cavanna, situato ai piedi del Mombarone in Valle Elvo, a quota 1470 metri, dovrà rendere le chiavi. Ma lui non ce la fa a rassegnarsi senza almeno provare a difendere quel luogo, che rappresenta la sua vita.

“E’ stato il destino a portarmi lassù e non vorrei che lo stesso, adesso, me lo portasse vai. Tutto è nato il giorno in cui ho saputo che cercavano un gestore da un bigliettino stropicciato trovato in una panetteria”, spiega.

Andrea ha 64 anni ed è originario di Vercelli, ma è domiciliato ad Andrate. Sotto braccio tiene un malloppo di carta, fotografie, documentazione, ricordi e tanta speranza.

“Accade tutto proprio ora che sono arrivato alla pensione, da un anno, e che mi trovo con più tempo a disposizione. La baita è stata costruita dal comune di Donato alla fine degli anni Novanta. Dopo diversi anni di inutilizzo, l’ha data tramite convenzione alla Pro loco, la quale nel 2002, l’ha affidata a me. L’ho inaugurata nel 2003. Adesso mi chiedono indietro le chiavi, accampando lamentele riguardo il servizio che offro, ricevute da qualcuno a cui forse non ho servito il caffè, o che non mi ha trovato al rifugio. Si deve però comprendere che non è un albergo con le stelle, che non ci sono tutte le comodità e che non è un bar di città. Lassù serve lo spirito della montagna, dove si va per staccare dalla frenesia, per mettere le gambe sotto al tavolo, per farsi una bicchierata in compagnia, con calma. Chi arriva da me non è un cliente, è un amico. E’ capitato anche di essere utile agli alpinisti in difficoltà, chiamando l’elisoccorso. Un’altra volta li ho trasportati a valle con la motoslitta”.

Per tentare di appianare la questione, a settembre, Andrea ha scritto alla Pro loco una lettera. “Quando c’è un problema di solito la colpa è un po’ di entrambe le parti, però ci si può confrontare per trovare una soluzione – aggiunge -, invece sono stato contattato da un avvocato che mi ha intimato di rendere le chiavi. L’idea del Comune è stata buona, in quanto la posizione del rifugio è spettacolare, ma ho lavorato per renderlo come lo si vede oggi, adeguandolo alle normative igienico sanitarie dell’Asl. All’inizio era dotato soltanto di tre tavoli, tre sedie, quattro letti senza materassi, un lavello, un frigo e un forno. La corrente elettrica non c’è, l’ho attrezzato io con una batteria. Ho portato tutto su a mano, con il carrettino. All’epoca non avevo un mezzo adatto. Oggi ho un Pandino quattro per quattro”.

Tra i messaggi di solidarietà spuntano diversi ritagli di giornale; in particolare ne mostra uno in cui si parla di “patrimoni culturali del territorio”. “Oltre all’investimento da parte mia e per il quale non ho mai chiesto nulla, ci sono dei valori da salvaguardare – prosegue -. Il rifugio è un luogo di aggregazione e di amicizia che va difeso e amato. S’incontrano le radici e l’anima della comunità”.

Lo scorso ottobre, Andrea ha invitato gli ospiti accolti nel corso degli anni a sostenerlo con l’invio di un messaggio telefonico. “Ne ho ricevuti più di duecento e a leggerli, alcuni mi fanno venire le lacrime agli occhi. Non mi aspettavo tanto appoggio. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno risposto all’appello. Il timore è che la Pro loco fraintenda le opportunità del rifugio. A malapena si fanno quadrare i conti, di certo non ci si arricchisce. Il rifugio è la mia vita. Lassù non so cosa esprimo, ma ho instaurato bei rapporti, nonostante il mio carattere che sembra burbero. E’ solo apparenza, basta leggere i messaggi per capirlo. Qualcuno dice pure che sono avverso alle donne, perché le chiamo ‘fùmne’ in piemontese. Si scherza, ma poi ci si lascia sempre con un abbraccio. Forse è l’essere un po’ brusco che mi rende una macchietta. Certo, qualche regola l’ho fissata, visto che la spesa è sempre fatta sul momento. E’ importante avere un’idea di quante persone ospito; invito quindi ad avvisarmi e di solito il primo che prenota fissa il menu per tutti. Certe volte confermano di essere in dieci, arrivano in quindici e alla fine, accogli uno e accogli l’altro, ci ritroviamo in venti. Che dire ‘mi sùn nèn na fùmna, non sono una donna, cerco di gestire la cucina senza sprechi e quando le scorte sono finite, sono finite. Faccio il possibile per andare incontro alle esigenze. Di solito sono le donne che rompono di più con il menu. E’ arrivata anche la vegetariana e le ho fatto le verdure con la polenta”.

Andrea dice di non volere denaro per le migliorie apportate, chiede di rimanere a gestire, perché quel luogo l’ha visto nascere e l’ha fatto crescere. “Un giorno morirò pure io – sbotta scorato, mentre gli sale il magone -, fino ad allora però lo difendo. Lo sento come una mia creatura. Non mi va di annullare questi bellissimi quattordici anni soltanto per qualche lamentela, che credo ci stia pure. Se poi proprio dovrò lasciare, credo che porterò via con me tutto quello che ho messo. Mi ha fatto male sentire dire ‘par due casarole ch’i sùn la sùra’, per due pentole che ci sono lassù”.

Anna Arietti

riproduzione riservata

pubblicato anche su Biellacronaca il 11 novembre 2016