“Dipende dall’erba”

Dipende dall’erba, se ce n’è abbastanza per sfamare le vacche, la vita di Valter Croso, margaro per eccellenza. E’ sceso a valle, “disalpà” come dice lui, due settimane fa. Dall’Alpe Campelli in Val Sessera, Campello sulle mappe, è tornato a Brusnengo, da dove era partito a maggio. Potrebbe rimanerci un mese, ma durante l’estate ha piovuto poco. Probabilmente dovrà spostarsi con la mandria su altri pascoli, a Castelletto Cervo, alla volta poi di Camburzano, dove trascorrerà l’inverno in cascina.

“Mangiano erba fresca, altrimenti fieno. Mangimi mai. Sono anche le vacche che vogliono spostarsi, quando sentono che la stagione cambia. Questo è un lavoro, ma anche una passione, sennò ’t’lu fè nèn’, non lo fai – racconta -. Non ci sono feste. Da quando poi mio figlio ha preso la patente, neanche più mi viene in mente di andare via. Sto bene. Adesso le ‘casére’ sono tutte nuove; una volta pioveva dentro, i tetti erano di rami di faggio. La mia vita trascorre così, dall’Alpe alla Montuccia; prima con ‘me père’, adesso con mio figlio Lauro. Contiamo sei, sette generazioni, da lui, a me, mio padre Eligio, il nonno Daniele, il bisnonno Antonio e ‘ancùra andaré man vis gni l’nom’, ancora indietro non mi ricordo il nome”.

Valter Croso è nato a Camandona nel 1951. La moglie Miriam è originaria della Costa Rica. Hanno avuto tre figli, Lauro, Isabel e Jennifer. “La Miriam ha diciotto anni meno di me – il pensiero di lei lo fa sorridere -. A quattordici anni mi sono trasferito a Gaglianico, poi a Occhieppo Inferiore, a Borriana e infine a Camburzano. A giugno ho festeggiato i cinquant’anni di attività, ma se sommo un periodo trascorso altrove, ne conto anche cinquantacinque. Il contratto di acquisto della prima cascina l’ho definito in cinque minuti, come ho fatto con la ‘fumna’, con la donna – scherza, o forse no -. L’ho tenuta sette anni soltanto quella cascina. Dell’affare mi ero subito pentito e avevo pianto – e gli occhi lucidi gli vengono ancora adesso -. Mia moglie non voleva che la vendessi, salvo che ne prendessi un’altra. Così, di nuovo in cinque minuti, nel 2003, l’ho data via e a Camburzano, nel 2004, ho fatto la casa e la stalla, nuove. ‘Son fora ad testa’, sono fuori di testa”.

Al pascolo con Valter c’è l’amico di una vita, Dino Grosso, 84 anni, di Masserano. Sono stati all’Alpe insieme, Campelli di Sotto in primavera e Campelli di Sopra in estate, per diversi anni, fino al 1957. Dino aveva iniziato “ai due casére” nel 1937 con suo padre Richin e con Erminio Cavagna, poi con Francesco Guelpa Piazza, ma “ien tucc mort”, sono tutti morti. “Aveva incontrato Eligio, mio padre, nel ’54; c’era anche l’Eugenio Seletto, poi sono arrivato io – prosegue Valter -. Ne aveva 26 di anni, quando Dino ha venduto le vacche ed è andato a lavorare nel tessile, però mi ha sempre aiutato”. La memoria vaga fra i ricordi, i due discutono sulla vendita degli animali, citandoli sempre per nome e ricordano le persone a cui li avevano ceduti. “Te la ricordi la Vespa, quella rossa con la ‘ghigna’, la faccia, bianca? e c’era il mulo Febo e il cane Bill – rievoca Valter -. Gli anni passano anche per me; certe volte non mi ricordo più dove ‘son tachè’, dove le metto”. Dino spiega che per riportare all’ordine le ‘mucche’ era sufficiente fare due fischi. “Già sapevano che di lì a poco sarebbe arrivato il cane. Addirittura era sufficiente scuotergli la campanella che loro già si allarmavano”. Intanto si avvicina la Spagna con la Marsiglia, la manzetta, e si contemplano le belle corna. Ogni vacca, o toro, ha un nome. “Se non mi ricordassi i nomi andrei a fare altro – sbotta, un po’ risentito Valter -. Adesso ne ho duecentocinque. Tengo la Bruna Alpina, la pezzata Rossa e, da una quindicina di anni, un incrocio con la Blu Belga”.

I margari vogliono un gran bene agli animali, anche se certe volte, a vederli menare il bastone, all’occhio del profano non parrebbe. Checché se ne dica esiste un’intesa speciale che rende difficile il distacco quando vengono ceduti, ma “questa è la vita”, dice Valter sollevando le spalle. “Non cambierei mai mestiere. Se tornassi indietro lo rifarei. ‘Me père’, quando ero ‘pìccio’, diceva che avremmo perso la tradizione. Io rimanevo zitto, ma intanto ho continuato, mentre i miei fratelli e sorelle hanno fatto scelte diverse. Capitava che ritornasse sui suoi pensieri e diceva che sarebbe stato meglio fare un altro lavoro. Erano gli anni Sessanta, giravano le fabbriche, e tanti giovani avevano smesso di badare alle bestie. Io penso che ognuno debba fare quello che si sente”.

Fra una parola e l’altra, si avvicina all’abbeveratoio la Bersagliera e Valter fa notare ancora che “l’è bèn curnà”, come le altre due nere un po’ più distanti. Al pascolo di Brusnengo, con il sole, sembra tutto bello, ma il mestiere è duro. “Una volta, in transumanza, con la nebbia, nonostante avessi la torcia, ho rischiato di essere investito da un’auto, non si vedeva ‘gnit’. E’ successo anche di averne persa una per due mesi. Era stata morsa da una vipera. L’ho ritrovata pelle e ossa, ma si è ripresa. Questa estate una vacca è finita nel Sessera e per salvarla momenti muoio io; con quelle pietre rotonde, sono scivolato nell’acqua, ma non era ancora la mia ora. Nuvola invece si è uccisa scivolando in un dirupo. Idem il Gaiòt, il toro, e la Chiara, una mucca di proprietà di mia figlia Isabel; anche lei ha il pallino per gli animali”. E’ accaduto pure che una vacca abbia deciso di tornare a casa da sola; da Campelli era arrivata a Camandona, percorrendo una ventina di chilometri. “Se non l’avessi fermata, sarebbe arrivata a Brusnengo. Le vacche non sono stupide, anzi, ‘iumma da amprende nùi’, abbiamo noi da imparare”.

Valter campa vendendo bestie vive. “Di vacche da mungere ne ho poche. ‘Tac a mùnge’, inizio a mungere alle quattro del mattino e alle tre del pomeriggio, a pollice. Altri mungono a ‘granpà’, con tutta la mano. Le mucche se ne accorgono se cambi sistema e si muovono. Ognuna mi dà qualche litro di latte, che sono pochi, ma per me sono anche troppi, visto che si consuma soltanto in famiglia. E allora ogni tanto faccio la tometta, sempre per noi. La prima volta che ho munto avevo quattro anni. Mi avevano dato una capra, perché avevano paura che mi facessi male”.

Parte poi il discorso “ciocche”, campanacci, e gli occhi di Valter s’illuminano: ‘sun ambalinà’, ho una vera fissa, soprattutto per le Simon”. Spiega che sono numerate da uno a dodici. Le più grosse si utilizzano per la transumanza, le altre per il pascolo. “Ne ho anche marca Chamonix”, intanto con passo pesantuccio si avvicina la Furmìa, una vacca bianca, e forse arriva pure Luigi, Luigi Pezzoli, l’ex veterinario, oggi in pensione. Un altro amico da una vita. “Quando ho festeggiato i cinquant’anni di attività all’alpe, ha fatto lui il cuoco”.

Nei paraggi, un po’ in disparte, sonnecchiano una decina di capre e il cane Lippo, dagli occhi azzurri. “L’è al mé mat, mio figlio, che le ha volute”. E racconta del lupo che su in montagna gliene ha uccise due e diversi vitelli. “Dicono che di giorno non attacca; non è vero. L’ho visto io. Sono soltanto tre o quattro anni che è tornato, perché l’hanno messo”.

Prima di salutare regala pacche sulle spalle. “Sono contento che siate venuti”, intanto la Teresa, la manzetta di appena un mese, cerca di succhiargli un dito, come se fosse un biberon, lui la guarda, le sorride e bonariamente l’allontana.

Anna Arietti

pubblicato su BiellaCronaca il 25 ottobre 2016

pubblicato su Baffidigatto il 26 ottobre 2016

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