Antichi meli nel terreno del nonno

Un appezzamento di terra ereditato dal nonno, qualche pianta di melo e un cuore romantico sono gli elementi che animano il grimaldello di Stefano Temporin, 32 anni, di Quaregna. Sono il ferretto che pian piano apre il portone, quello che creerà una delle nuove opportunità economiche su cui il territorio biellese potrà contare. Non può essere diversamente, perché ci sono sentori di bellezza e di valori.

“Un tempo la collina apparteneva tutta alla mia famiglia – racconta -. Il terreno era quasi interamente coltivato a vite e ad alberi da frutto, poi è stato suddiviso fra i diversi fratelli e la cascina è stata venduta, purtroppo. Essendo cresciuto a contatto con gli animali a casa dei nonni e con le pecore dello zio, qualcosa ti rimane dentro, anche se la mia passione credo si fondi essenzialmente su una eredità di pensiero. Con i sacrifici che hanno fatto i miei vecchi per tenere tutto in piedi, prendermi cura del terreno che mi hanno lasciato credo che sia il minimo che posso fare”.

La terra di cui parla Stefano si trova in località La Nocca, sulle colline di Quaregna, al confine con Cerreto Castello. Per raggiungerla si deve percorrere una strada sterrata, felicemente invasa dagli arbusti del bosco circostante. Stefano però la ricorda ancora più bella, senza tutte quelle fastidiose buche che rischiano di sfondargli la marmitta della macchina.

“In famiglia mi stanno dando una mano nella cura del terreno. L’intenzione è di recuperare frutti antichi, come la mela Rigadìn, con le righe, tipica di Quaregna. Per ora tutto si sta svolgendo a livello amatoriale; ogni produzione è soltanto per la famiglia. Avrò una trentina di piante. Un po’ alla volta cerco di recuperare le ripe, piantando alberi qua e là. Oltre alla Rigadìn, ho le ‘arrugginite’, il ‘Pum ad la Madòna’ e il ‘Prùs Giasà’. Essendo varietà autoctone sono molto robuste, ben si adattano al clima e al terreno. Troveranno da sole la loro vita ideale. Sto sperimentando anche la coltivazione di ulivi; mi dicono che a Quaregna la produzione si presterebbe. Ho messo a dimora dei frutti di bosco, fragole selvatiche, mirtilli e lamponi, e sto avviando un orto sperimentale, creandone le basi. Voglio piantare le patate nella paglia, anziché nella terra. La proprietà l’ho dovuta recintare, per proteggerla dalle invasioni dei cinghiali e dei caprioli. Tempo permettendo, faccio l’aceto di mele, sempre per noi della famiglia. Tutta esperienza”.

Stefano lavora part-time come operatore sociale ed è musicista; suona in diversi gruppi. Oltre agli alberi possiede tre capre, Elvis, Eva ed Ester, che fin dal primo fruscio di foglie creato dai passi iniziano a belare vivaci. Non sanno ancora che di lì a breve arriverà anche il veterinario.

“Loro mi aiutano a tenere tutto pulito. Adoro venire qui, con le mie bestiette, così belle da vedere. Questo è il mio paradiso. Ho già tutto in testa di come sarà. Spero di poterlo realizzare. E’ vero, il lavoro è duro, ben più di quello che faccio per mestiere, ma stacco la spina da tutto, come diceva anche il nonno. Nei miei ricordi di bambino – che non era poi tanto tempo fa, ndr -, in paese c’era affiatamento. A Natale si usciva per strada a suonare il flauto e si tornava a casa con il febbrone mezzi morti, oppure si era più forti di prima. Adesso vedo che a volte neppure ci si conosce fra vicini di casa – conclude -. Sarà che sono un romantico, ma dobbiamo riscoprire lo spirito di aggregazione e apprezzare per davvero quello che abbiamo, terra compresa”.

Anna Arietti
pubblicato su BiellaCronaca.it il 20/10/2016
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