“Una nicchia ma di valore”, intervista ad Alessandro Ciccioni

Lo sviluppo vitivinicolo biellese, pur se parzialmente compromesso dall’eccessiva cementificazione del territorio, non rallenta, anzi, fra i vignaioli si diffonde la consapevolezza che occorre consolidare la qualità del prodotto, di nicchia. Ma in un contesto globale, dove la grande distribuzione e le grandi cantine la fanno da padrone, la sfida per le aziende agricole locali di crescere, farsi impresa, di creare posti di lavoro, è sostanziale. Quanto allora l’imprenditoria del vino può crederci? Risponde all’interrogativo Alessandro Ciccioni, conoscitore in prima persona del settore, titolare dell’azienda agricola Centovigne di Castellengo, a Cossato, nonché presidente della Camera di Commercio di Biella e Vercelli e vicepresidente del Gruppo giovani imprenditori dell’Unione industriale biellese.

“Non ho alcun timore a parlare di nicchia; la produzione biellese è e rimarrà tale – dice -. Rispetto alle altre province, i nostri sono numeri piccoli, ma vantiamo un primato. Siamo la provincia con il maggior valore per singola bottiglia. Le nostre etichette finiscono su mercati, perlopiù esteri, che apprezzano l’Alto Piemonte e il Biellese in particolare. La nostra competitività si rifà ad altre nicchie. Il Biellese può crederci perché seppur produca in piccole quantità, che non possono sostituirsi ad altre economie, saprà affiancarsi alle altre realtà ed elevare la promozione del territorio. Le etichette biellesi finiscono su tavole, nel mondo, di persone appassionate, attente; sono uno straordinario veicolo di conoscenza del territorio. Siamo stati i primi a trasformare il vino da alimento a prodotto da commercializzare. Ricordo che a fine Settecento le zone dei vini in Europa erano due, la Borgogna e l’Alto Piemonte. L’esperienza passata ci rende attenti, ma è necessario giocare in squadra; non può esistere concorrenza, ma soltanto collaborazione. Il territorio la spunterà se tutti i prodotti saranno vincenti. Se tutti i vini saranno di qualità. E’ un errore pensare che l’assenza di un produttore agevoli la vendita del proprio vino. Fare sempre meglio alzerà la qualità a livello territoriale. Proprio per questo motivo nasce nel 2015 l’Associazione Vignaioli colline biellesi, come tavolo di confronto fra tutti i produttori”.

Quanto i viticultori biellesi sanno farsi portatori di innovazione, creatività, eccellenza e competitività, in un contesto piemontese decisamente forte?

“L’innovazione è in atto, è presente e prende spunto da elementi unici, dalla qualità dei terreni, al clima, alla conoscenza umana. Portiamo in tavola una tipologia di vino senza pari. I nostri vitigni di Nebbiolo si distinguono da altri del Piemonte per la loro eleganza, mineralità e longevità. Tutte qualità che i nostri vini esprimono quale conseguenza di una ricerca continua, progettuale. Penso alla zonazione territoriale dove la qualità del prodotto è determinata dall’interazione fra vitigno, ambiente e uomo; un lavoro fatto vigna per vigna. Adottiamo l’approccio scientifico dove occorre colmare una lacuna, visto che per alcune generazioni si è fatto altro. Teniamo conto però che, nell’ottica temporale, due generazione di fermo sono nulla rispetto ai secoli in cui si è fatta produzione. Per progredire in modo consapevole ritengo che il gap sia colmabile con lo studio, tramite collegamenti al Cnr, all’Università e a consulenti di livello”.

Se la dedizione e la rieducazione sono fattori tangibili, quali difficoltà stanno riscontrando i produttori?

“Ricomporre i fondi. Il territorio è molto frazionato, parcellizzato fra tanti proprietari, e ricreare unità, per piantare vigna, sarà un impegno complesso. Lo scenario però attesta che la terra ha valore, altrimenti non sarebbe stata tanto suddivisa. In seguito le proprietà sono state contese per dare vita a un’edilizia insensata. Le due generazioni in ‘vacanza dal vino’ hanno fatto disastri irreversibili, impoverendo il territorio. Diciamo che a fermare l’urbanizzazione incosciente ci ha pensato la crisi stessa. Non costruendo più, i terreni rimasti sono di nuovo potenzialmente vitabili”.

L’azienda vinicola biellese può essere vista dai giovani come un’opportunità?

“Rifacendomi all’esperienza personale, abbiamo sempre stimolato l’ingresso dei giovani. A volersi mettere in proprio, invece, considerati i costi di gestione di un vigneto e l’innegabile tipologia di vino, si devono mettere in conto ingenti investimenti. Vedo quindi come risposta immediata, come sbocco lavorativo, l’impegno in un’azienda attiva. Un ritorno, a copertura delle spese, si ha soltanto sul valore della singola bottiglia, del prodotto finito, di nicchia”.

La sfida per le aziende agricole locali di crescere, farsi impresa, sarà quindi vinta se il Biellese saprà trovare estimatori dei nebbioli dell’Alto Piemonte nel mondo. Occorre allora contestualmente saper evocare il territorio, creare una sorta di desiderio?

“Siamo in espansione, lenta, ma costante. Nel futuro vedo da parte dei Biellesi la riappropriazione dell’orgoglio di produrre grandi vini. La consapevolezza ci trasformerà; presteremo maggiore attenzione al territorio. Sapremo coltivare la cultura del bello, che finirà anche sulle tavole. Il concetto strizza l’occhio al turista che giungerà a noi per un processo inverso. Proviamo a far leggere a un giapponese la parola ‘Castellengo’; si troverà in difficoltà. Ma si è mai visto l’amante di un buon vino che non sappia pronunciare il nome dell’etichetta? Possediamo uno straordinario strumento per far conoscere il Biellese”.

testo di Anna Arietti
fotografia di Andrea Battagin
pubblicato su BiellaCronaca.it il 27 settembre 2016
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