Ermanno, l’amico del bosco

La storia di Ermanno Savio, 87 anni il prossimo 14 luglio, di Bioglio, è un già visto, o meglio un già letto. Ritorna alla mente “L’uomo che piantava gli alberi”, il racconto di Jean Giono, in cui un pastore, da solo, riforesta una vallata intera. L’avventura di casa porta su una collina dai pendii scoscesi, regione Rivi di frazione Mornengo, non distante dall’abitazione di Ermanno. Una cucchiaiata di mondo di cui conosce ogni albero, perché il papà del bosco è lui.

“Quando ero bambino, da qui fino a casa del diavolo, per modo di dire, era tutto un prato. Poi ho iniziato a piantare alberi – spiega -. Ne avrò messi a dimora almeno duemila. I primi lavori risalgono agli anni Sessanta. In seguito, con sei soci avevamo costituito un consorzio, ma adesso ‘ian tirà tucc ai bachette’, sono tutti morti. Sono rimasto io a prendermi cura delle piante e del sottobosco, ma non scrivere tutto, sennò pensano che sia un ‘tabalore’ (sciocco, ndr). Con un contributo pubblico avevamo costruito un chilometro di pista agro forestale. La Regione in seguito ci aveva dato 4.500 piante di alto fusto: pino strobo, larice, abete, douglasia e tante querce. Era il 1974”. Un alito di vento lo distrae: “Senti come è buona l’aria – poi si riprende -. Il bosco è pieno di caprioli, tassi, poiane, falchi, cervi e di quei maledetti cinghiali che scavano buchi nel terreno. Anzi, è il caso di fare un appunto ai signori che lavorano alla Provincia: ho fatto richiesta per avere una gabbia, ma non me l’hanno ancora data. Dicevo: il cervo mangia le chiome degli alberi, mentre il capriolo predilige la corteccia. Dove ho potuto ho messo delle reti, ho appeso le latte vuote della conserva e dei miei vecchi pantaloni, per spaventarli. Noci e ulivi, a quanto pare, non sono buoni. Non li toccano. Dico brutte parole, ma gli animali sono belli. Ieri un capriolo mi guardava negli occhi. Più tardi un corvaccio mi girava sulla testa; gli ho mostrato il decespugliatore e se ne è andato. Per vederli si deve venire al mattino presto o alla sera”.

A bordo di un piccolo trattore, con quello spirito giocoso e gli occhi vispi, si prosegue il viaggio alla scoperta della sua collina. Percorrendo la stradina ripida, fa notare come un tempo ci si prendesse cura per davvero della natura. Allungando l’indice mostra dei muri a secco. “Quelli servono per tenere fermo il terreno – dice -; niente li smuove, salvo qualche radice impertinente. Taglio l’erba e rastrello le foglie; metto tutto in un mucchio che si prende poi un margaro per farne strame nella stalla, per le vacche”.

E’ trascorsa una vita da quando, a 8 anni, Ermanno veniva a fare il fieno ed è forse nostalgia quella che lo coglie: “Se non ci fossi io, qui sarebbe un disastro; già adesso ci sono rovi ovunque. Qualche volta viene un ragazzo a darmi una mano”. Parla di un pino secolare e di un carpino vecchiotto, che si troverebbero nelle vicinanze. Poco oltre, sempre fra gli alberi, s’incontra un’antica cappelletta che ha restaurato per bene, in ricordo della moglie Ada. Poi la mente divaga, i pensieri si rincorrono, ammette che avrebbe tanto da raccontare. Fa riferimento ad un censimento degli anni Quaranta che individuava a Bioglio 460 capi bovini. In paese c’erano anche tante zitelle e le sa pure citare; quasi tutte tenevano una vacca per il loro sostentamento. Questo solo per far capire come sono cambiati i tempi.

Ermanno lamenta acciacchi, ma non gli manca la battuta pronta, non rinuncia a sorridere spesso o ad offrire una parola gentile. “Per mantenermi in forma mangio ‘luserte’, lucertole – scherza -”. Dopo avergli scattato una foto, con quei suoi pantaloncini corti, racconta che durante il servizio militare negli Alpini, negli anni Cinquanta, lo chiamavano “il belle gambe”.

“Non mi è mai piaciuto dare ordini. Ho lavorato nel tessile dai 16 fino ai 53 anni; ero circondato da belle ragazze e per scherzare ogni tanto gli davo delle bottarelle sul sedere. Quante risate ci facevamo. Adesso ce l’hanno tutti con il computer e con il ‘face-buc’, ma sono cretinate. E’ qui, nel bosco, che c’è la vita, anche se non vengono più tutti i funghi di una volta. Sarà colpa dell’inquinamento. Il terreno era classificato castagneto da frutto e allora – conclude – lo voglio realizzare un castagneto, vicino alla baita, dove la visuale spazia dagli Appennini alla cupola di San Gaudenzio di Novara”.

Con quei suoi bei modi, simpatici anche quando vorrebbero essere rozzi, infonde amore per la vita e per il bosco, una grande risorsa che si sta trascurando. Lui non è ancora arrivato a piantare cento ghiande al giorno, come il pastore del racconto di Giono, ma non si può dire che non sappia seminare ugualmente tanta bellezza.

Anna Arietti
Riproduzione riservata
pubblicato su Baffidigatto l’8 luglio 2016
pubblicato su Biellacronaca il 7 luglio 2016