“Cecilia, Scilla e le loro capre”

C’è una nuova generazione di imprenditori che pensa giovane, non soltanto in termini di età. Sostengono che occorra “menta aperta alle opportunità” e “atteggiamento positivo nei confronti del cambiamento”. Non rinnegano il passato, per carità, questo no. Ma si guardano intorno. Sono preparati e attenti.

Tutto può avere inizio con l’acquisto di una decina capre gravide che partoriranno in agosto, un mese poco favorevole per il caldo e per l’inesperienza, ma quando la prima battuta è “ce l’abbiamo fatta”, a monte si immagina una storia che vale la pena di conoscere. L’attività nasce nel 2011 per volontà di una famiglia originaria di Novara. Loro sono due sorelle che di fronte al bivio della vita: “cosa facciamo da grandi?”, optano per il mondo agricolo. Cecilia ha 30 anni ed è laureata in Controllo qualità degli alimenti; Scilla ne ha 33 ed ha conseguito il dottorato in Economia del turismo. Dai loro studi non stupisce che abbiano scelto la vita all’aria aperta, a Mottalciata, partendo da un campo a ridosso di un piccolo cimitero, dove il terreno costava meno. A spiazzare è il loro modo di gestire.

“Presa la decisione ci siamo messe a studiare, anche su internet – spiega Cecilia -. Abbiamo visitato altri allevamenti e accettato suggerimenti. Si è deciso di tentare con gli animali perché sono prima di tutto una passione. Nello specifico l’allevamento delle capre, razza Saanen e Camosciata delle Alpi, è stato scelto perché sul mercato c’è richiesta di formaggio caprino, altrimenti importato dalla Francia. Inoltre sono animali gestibili da una donna; pesano cinquanta chilogrammi, si spostano facilmente, sono mansueti e abitudinari. Ne abbiamo trecento, produciamo novecento litri di latte al giorno, tutto lavorato, da cui ricaviamo novanta chili di formaggio. Le capre sono le nostre regine, le trattiamo bene, nel loro e nel nostro interesse; del resto sono anche una fonte di reddito. Se loro fossero stressate, non ci farebbero più il latte. I miei figli conoscono la composizione della catena alimentare e i passaggi che si devono compiere. Al tempo stesso insegno che gli animali non sono oggetti; vanno coccolati ed educati, come noi. In questo mestiere se mancano passione, amore ed educazione è meglio fare altro”.

L’azienda è in espansione, nel senso che le due sorelle hanno idee, sperimentano, per realizzare un impianto a circuito chiuso, il prodotto nasce ed esce che è pronto al consumo. Il lavoro comporta fatica, ammettono che è dura da morire, ma con i turni a volte pare riescano a ritagliarsi del tempo libero. Sono ragazze ambiziose e motivate.

“Crediamo ancora alle favole e che il prodotto italiano, anche in un contesto europeo, sia di nicchia, e lo curiamo. Fra di noi c’è affiatamento. Ci confrontiamo; ascoltiamo i pareri di tutti, purché siano suggerimenti argomentati. Nulla si lascia al caso. Siamo un’impresa agricola: serve testa imprenditoriale e manualità da agricoltore. Ad esempio, abbiamo posizionato alcune telecamere dove vivono le capre, collegate al sito internet, quindi si può monitorare il lavoro che facciamo. Anche il locale mungitura è a vista, circondato da vetrate, sempre per assistere. La mungitura si fa a macchina alle 7 e alle 18. Inoltre, ognuno dei sei addetti, età media 29 anni, dispone di un’applicazione sul telefono, tramite la quale si verifica lo stato di avanzamento dei lavori. Le analisi sul latte e sugli animali vanno fatte per accertare che stiamo lavorando bene”.

In tempi in cui le lamentele legate ai mancati finanziamenti proliferano, qui alla domanda si dribbla saggiamente. “Esistono tanti modi di pensare e di agire – prosegue -. Le opportunità ci sono, basta valutarle. E’ inutile produrre qualcosa di cui non c’è richiesta e lamentarsi. Se un giorno non si mangerà più il formaggio di capra, piangeremo e poi, a malincuore, valuteremo le necessità del mercato. E’ importante conoscere quello che ci gira intorno. Anche un tirocinio ha valore. Sono i ‘vaffa’ e ‘se io fossi non farei’ che fanno crescere. Noi italiani mammoni ricordiamoci che è l’indipendenza che crea il carattere. I nostri genitori sono stati fantastici; ci hanno accompagnate in modo nascosto in tutto. Due anni fa abbiamo sperimentato persino la produzione di zafferano ed è andata benissimo, quindi lo riproporremo. Poi abbiamo le api – Cecilia è un fiume in piena, interrompere il suo entusiasmo spiace, ma in qualche modo le si deve dire che verrà scritto un articolo di giornale e non un trattato sull’agricoltura -. Abbiamo maiali Neri di Parma, allevati allo stato brado, e galline, che stra-adoro e che quindi rimarranno con me finché morte non ci separi, sei asini, furbissimi, e una muletta. Abbiamo anche una cavallina che ha avuto il piacere di incontrare l’asino e che quindi tre settimane fa ha partorito il piccolo Silvestro, che prende il nome dalla località in cui ci troviamo. Adoro il mio lavoro, ne parlerei sempre. Le amiche a volte introducono l’argomento scarpe e borse, ma a me annoia”.

di Anna Arietti
pubblicato anche su BiellaCronaca.it il 6 luglio 2016
riproduzione riservata