I giovani guardano all’agricoltura e all’allevamento

E’ dura da morire, ma i giovani tornano a guardare all’agricoltura e all’allevamento. Per rendersene conto, basta guardarsi intorno partecipando ad una fiera agricola, come quella che si è svolta a Castellengo di Cossato lo scorso fine settimana. C’è però una seconda buona notizia, che si scopre dialogando con loro: è un mestiere che ai ragazzi piace e soprattutto li diverte.

Corrado ha 24 anni: “Faccio questo lavoro da quando ne avevo 16 – dice -. E’ l’attività di famiglia, ma ho iniziato per scelta. Mi dà soddisfazione. Sto sempre all’aria aperta. Cosa posso volere di più?”. Appunto, come dargli torto, sarà un mestiere che comporta sacrifici, ma ripaga. Quando è il turno di Nicolò, gli amici a gran voce lo indicano come il “Cit”, ma lui non ci sta e ribadisce: “No, il Cit, no. Scriva ‘Il Boffi’. Ho diciannove anni, quasi venti – spiega -, regalando una risata a causa degli amici invadenti che lo circondano -. Ho sempre fatto il ‘bocia daré ai vacche’, dato una mano stando appresso alle vacche -. Mio papà ha le capre, ma a me non piacciono. Hanno un carattere quelle. Preferisco le mucche. Sono diverse. Questo però non è l’unico lavoro. Sono anche imbianchino, purtroppo”. Sì, purtroppo, perché Nicolò ne farebbe volentieri a meno. Vorrebbe occuparsi di animali a tempo pieno, ma i magri introiti da allevatore non bastano. Silvano, nominato dagli amici “Il Lodovico”, o anche il “Cagasciun”, sulla cui definizione è meglio sorvolare, aggiunge: “Sono in questo ambiente da quando avevo 18 anni. Sono vecchio; il fatto è che mi sono ritrovato con le bestie da accudire ereditate dalla famiglia e va fatto. Comunque non cambierei”. Silvano, per completezza di informazione, ha 27 anni, ma ad ascoltarlo in effetti sembra averne di più. Martino invece di anni ne ha 22: “Anch’io ho iniziato a 16 anni dopo aver finito la scuola, anche se la prima volta che sono salito sul trattore ne avevo quattro”. Fabio ha 23 anni e gli amici, sempre quelli che non vogliono saperne di stare su da dosso, dicono che la sua professione è fare il “plandrun”, lo scansafatiche. Lui replica: “Non è vero; magari potessi fare il ‘lajan’, oziare, ma non posso. Sono venuto a dare una mano. Lo faccio per la compagnia e perché amo le bestie”. Erick, il più piccolo, ha 14 anni e va ancora a scuola. “Do una mano alla famiglia, per forza. Ma mi piace anche”. Diciamo pure che a 14 anni, alla domenica, è del tutto comprensibile desiderare di stare altrove, perché il mondo degli allevatori è così, genuino e giocoso. I ragazzi, con il bicchiere di rosso in mano, conversano in piemontese. L’italiano stride in un mondo ruspante ed è bello che sia così.

Se però ci si rivolge ai “grandi”, la campana cambia suono. Ermanno ha 52 anni e possiede una quarantina di vacche. “Lavoro con gli animali da quando ne avevo sei di anni – dice -. Ho sempre avuto una grande passione per le bestie. Sono l’unico di cinque fratelli che ha fatto questa scelta e ne sono felice. Anche se c’è da tribolare, le tradizioni vanno mantenute. Tiro avanti facendo formaggio e vendendo vitelli svezzati. Dopo la fiera di Castellengo parto per l’alpeggio, dove rimarrò fino a ottobre. Mi alzo alle cinque del mattino e alla sera non so mai quando finisco. Ogni giorno c’è una grana da risolvere. In famiglia siamo in quattro e viviamo soltanto di questa attività. Bisogna accontentarsi. Niente sprechi. La pizza si va a mangiarla fuori quando si può, altrimenti se ne fa a meno”. Anche Pietro, che con i suoi 89 anni continua ad alzarsi ogni mattina alle quattro per aiutare la famiglia, molto realista, scampana uguale. “Già il nonno faceva l’allevatore. E’ così da quando ho memoria. Il fatto è che negli anni la situazione è cambiata in peggio – spiega -. Adesso per potermi permettere un caffè al bar devo vendere almeno tre litri di latte. I nostri governanti dovrebbero vergognarsi. Chi è nell’ambiente da sempre, il giro del mese lo fa ancora, ma non si risparmia più niente. Mio nipote si è trovato l’attività, ha studiato agraria e tira avanti, ma senza la famiglia alle spalle, con i miseri contributi che ci danno, non merita più partire dal nuovo”.

Nel pomeriggio, la Pro loco di Castellengo, che ha organizzato la manifestazione, ha assegnato dei premi simbolici per la partecipazione agli allevatori presenti: Alessandro Mania e Marco Mantello, azienda agricola Livio Pidello, Marco Ramella, Gianni Pracca, Maicol Pellerei, Luca Barbero, Piergiorgio Valcauda, Claudio Destefanis, azienda agricola Coccodè e l’agriturismo Cascina Rovet.

Sempre per completezza, i ragazzi si vergognano di essere menzionati sul giornale con i loro nomignoli e precisano: “Iuma dilo mac par ghigné”, “l’abbiamo detto soltanto per ridere”.

Anna Arietti

pubblicato su BiellaCronaca.it il 27 aprile 2016

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