“L’azienda agricola? Uno sbocco diverso per il futuro”

A costo di apparire mostruoso, va detto: la crisi è spesso una cosa meravigliosa. Sarà che nei momenti di sconforto si trova la forza di reagire, ma si assiste finalmente alla nascita di una nuova generazione di imprenditori, creativi e competitivi.

Lo scorso marzo a Cossato è stata avviata un’azienda agricola che parla giovane, guarda alle alternative più che agli ostacoli e al presente più che al passato, del quale, come verrà spiegato, si deve trattenere soltanto l’esperienza.

L’azienda agricola “Fratelli Pellerei” di frazione Spolina è coordinata da Stefano Spigolon, 35 anni, Martino Pellerei, 22, Evelina Mingardo, 25, Maicol Pellerei, 23, e Silvia Pellerei che di anni ne ha 34. Cinque ragazzi che di vita rurale e di tecniche agricole dicono di saperne poco. Tre di loro provengono da esperienze lavorative diverse, mentre Martino e Maicol sono freschi di studio, ma poco importa. Il bello della loro avventura sta nella grande voglia di sperimentare, di conoscere e di darsi da fare, divertendosi, perché in un’azienda che si dice moderna, rendere l’impegno più leggero è parte della strategia: meno gravoso non è sinonimo di superficialità, ma di buona vita.

“Siccome l’attività è appena partita, siamo ancora impegnati anche in altri contesti – spiega Stefano -. Io sono tecnico nell’impianto di cogenerazione gestito dalla famiglia Pellerei, mentre tutti insieme tentiamo di coordinare il progetto agricolo. Non abbiamo ancora le idee chiare su come organizzarci”. “Prima di buttarmi in questa iniziativa – dice Evelina -, ho fatto l’animatrice nei villaggi turistici in Toscana per una dozzina di stagioni, poi ho voluto avvicinarmi di nuovo alla famiglia e questa è stata l’opportunità che si è presentata. Avendo sempre lavorato da sola, in qualche modo penso di aver imparato a cavarmela anche in ambienti molto diversi, come può essere quello agricolo. Il vantaggio è che adesso non sono più un numero. Anzi, vengo ascoltata”. Silvia era estetista: “Avevo un’attività tutta mia – aggiunge -, poi anche a me sarebbe piaciuto riavvicinarmi alla famiglia e adesso il passaggio c’è stato”. Maicol e Martino, invece, hanno conseguito il diploma di perito agrario due anni fa all’Istituto “Vaglio Rubens” di Biella.

“L’idea nasce da un procedente progetto gestito da una cooperativa che ha poi deciso di cessare l’attività – proseguono  -. Essendo il terreno di proprietà, circa dodici mila metri quadrati, abbiamo iniziato a farci un pensierino e abbiamo visto l’opportunità, uno sbocco diverso per il futuro. Nessuno di noi ha un’esperienza specifica nel settore, ma le nostre radici affondano nell’agricoltura. Il nonno Marino e la nonna Desirée avevano un’azienda agricola; noi oggi sentiamo di portare avanti una tradizione di famiglia”.

Mentre nella serra e nel campo si scorge di tutto un po’, dagli zucchini all’insalata, alle melanzane, ai pomodori, al prezzemolo e alla rucola, conversando si constata una certa confusione nel distinguere le piantine dei cetrioli da quelle dei carciofi. Il dubbio pare dovuto alla mole di lavoro svolto: almeno un migliaio di nuovi trapianti. L’equivoco sembra risolto, quando Evelina crolla: “Lo ammetto; io non sapevo distinguere la pianta dello zucchino e non conoscevo l’indivia; non avevo neppure la più pallida idea di come fare per coltivarli, ma ho imparato in fretta, facendo tutto a mano, eccetto alcune operazioni, dove si utilizza il trattore. Lavorando le incertezze spariscono velocemente”.

I cinque collaboratori dicono di aver avviato la procedura per ottenere la certificazione biologica.

“Ci vogliono due anni per conseguirla. Partiamo dal seme e arriviamo al frutto. Stiamo cercando di farci conoscere dalla gente, puntiamo sulla vendita al dettaglio. Una mano sta arrivando dai social, dove ci contattano ristoranti e agriturismi. Serviamo anche una piccola mensa. A breve lavorerà con noi un ragazzo, un tirocinante, che arriva da un contesto sociale fragile. Ci sembra bello poter fare qualcosa di utile per gli altri. La soddisfazione più grande però è il poter lavorare all’aria aperta – concludono -. Si ride, si scherza e si soffre il mal di gambe tutti insieme. Siamo parecchio impegnati. Anche dopo cena e nel fine settimana, se serve”.

Anna Arietti

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pubblicato su BiellaCronaca.it il 2 aprile 2016